Ieri sera sono tornato a casa dopo essermi rimpinzato di pizza – l’allitterazione dovrebbe restituire il mio senso di pienezza – e subito ho acceso il televisore per vedere Sanremo 2018. Ecco il trio Baglioni Hunziker Favino. Una rivoluzione copernicana: due presentatori e una presentatrice, due uomini e una donna. Ma non sarà troppo? Nessuna interrogazione parlamentare degli integralisti delle quote di genere?

Sanremo 2018 vs Grand Budapest Hotel
Canta Mario Biondi e la canzone non mi dice un granché. Vabbè, do un’occhiata in giro, vediamo cosa danno. Perbacco! Su Rai 4 c’è Grand Budapest Hotel. Che film meraviglioso! Io adoro Wes Anderson e questo è uno dei miei preferiti. L’ho visto 74 volte. Eppure, da subito, la perfezione simmetrica delle immagini coloratissime, l’eleganza dei movimenti di macchina e la brillantezza dei dialoghi suscitano in me la forte tentazione di rivederlo. E poi Monsieur Gustave (Ralph Fiennes) e Z (Tony Revolori) fanno una coppia di cui è difficile non innamorarsi. Strampalati e dal cuore tenero come pochi.
Resisto stoicamente e ritorno su Sanremo. Canta il duo Fogli-Facchinetti. La note non mi arrivano. Sono attratto dai capelli grigi e dai volti rugosi. Sono stati due grandi della canzone leggera italiana. Ma parliamo di 20-30-40 anni fa! Con rispetto parlando, vorrei vedere e ascoltare qualcosa di nuovo. Allora torno a Grand Budapest Hotel e la sua comicità grottesca mi entra dentro per endovena. Avevo dimenticato quanto fosse pieno di attoroni, che per amore di Wes Anderson e della sua arte hanno deciso di recitare piccole parti, vestendo i panni del caratterista: Tilda Swinton, Murray Abraham, Jude Law, Adrien Brody, Willem Dafoe, Edwuard Norton, Jeff Goldblum, Bill Murray. E c’è pure Harvey Keitel, completamente rasato a zero, almeno nella finzione. Sono meravigliosi. In quel poco ci mettono tutta la bravura di cui sono capaci.

Ariresisto e riritorno a Sanremo. Canta Lo Stato Sociale. Elencano i luoghi comuni della denuncia sociale, accompagnandoli con una melodia da tormentone estivo. Intanto l’avventura di Monsieur Gustave e Z è entrata nel vivo. C’è in ballo il capolavoro di Johannes Van Hoytl “Ragazzo con mela” e l’immensa fortuna di Madame D, tra inseguimenti, omicidi e l’invasione di truppe militari antipaticissime che ricordano abbondantemente quelle naziste.
Voglio dare un ultima chance al Festival. Canta Noemi. La solita canzone cucita su misura, che parte piano ma è sicuro che andrà in crescendo per darle la possibilità di far esplodere la sua voce potente. Mi sembra una canzone di plastica. E mi evito le urla. A questo punto il verdetto è definitivo: Grand Budapest Hotel vince con distacco netto.
Perché Sanremo è Sanremo non basta
Il Festival mi da di stantio. Non mi aspetto di certo l’underground della musica italiana, quella autoriale di artisti giovani e bravi – e ce ne sono parecchi in giro – però vorrei almeno un minimo di originalità melodica.
Se poi gente come Lo Stato Sociale di sanremisce, preferisco vedere un bel film. Lo so, siamo su Rai 1, canale generalista per ultra-sessantacinquenni, e l’Italia è un paese di vecchi. E so anche che le canzoni vanno riascoltate, per apprezzarle o bocciarle definitivamente. E allora lo prometto: ci riproverò questa sera.
(Accidenti! Danno Highlander – L’ultimo immortale…)
Michele Lamonaca
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