Recensioni letterarie senza sconti, Il colibrì di Sandro Veronesi: pochi “pro” e tanti “contro”

Il colibrì di Sandro Veronesi cerca di tenere assieme il romanzo postmoderno e realista: il risultato non va oltre il puro e semplice intrattenimento. Chiudere un libro, un romanzo, dopo averlo letto, è come salutare qualcuno che ti ha appena raccontato la sua storia. Il colibrì di Sandro Veronesi esordisce avvisandoti che non puoi immaginare quello che sta per dirti, per poi tradire le aspettative con un lungo elenco di affanni a cui nessuno è immune, con l’aggiunta di disgrazie in numero talmente spropositato da apparire inverosimili. Marco Carrera, oculista originario di Firenze, residente a Roma da tanti anni, è il protagonista del romanzo. Veronesi ci racconta la sua vita focalizzando l’attenzione sugli eventi che l’hanno indirizzata, condizionata, segnata, utilizzando il narratore onnisciente in terza persona plurale, che combacia esattamente con la voce dell’autore. Voce necessariamente ironica, a volte gigioneggiante, per sdrammatizzare la successione di lutti che devastano la vita del protagonista e che s’intrecciano con la storia d’amore incompiuta tra Marco e Luisa, che va avanti per cinquant’anni e che eccede troppo in romanticismo per la promessa mantenuta di castità, nonostante s’incontrino più e più volte pur abitando lui in Italia e lei in Francia. Messa così, potrebbe anche funzionare. Invece il romanzo trova il suo primo grande limite proprio nella voce narrante che cade nell’errore imperdonabile di spiegare con tono affabulatorio anziché mostrare. E lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come succede nelle favole, per invogliarlo a seguire le vicende di Marco. Il colibrì di Sandro Veronesi: pro e contro Nelle prime pagine Veronesi riesce a catturare l’attenzione, evocando un piano omicida contro il protagonista ad opera della moglie. Ma basta procedere di poco nella lettura per scoprire che si trattava solo di un trucco per suscitare immediato interesse e che il romanzo è sguarnito di conflitto primario, quello che manda avanti l’impianto drammaturgico di un storia e crea l’urgenza della lettura. Non mancano i momenti intuitivi, anche divertenti, ma il punto di vista che è solo della voce narrante, quindi dell’autore, dominato dal registro descrittivo, ridimensiona la complessità che è propria del romanzo, cadendo nella semplificazione del resoconto o dell’articolo di giornale, in cui parenti, amici e conoscenti che ruotano attorno a Marco sono ridotti al ruolo di caricature o funzioni narrative, senza profondità psicologica. A nulla serve il ricorso al libero indiretto per mitigare l’assenza di tridimensionalità. La sensazione che i personaggi secondari servano semplicemente a mandare avanti la storia è netta. Sviluppata in maniera lineare, la trama sarebbe apparsa fin troppo ordinaria. Il succo del romanzo è che bisogna resistere alle avversità, di qualunque natura esse siano, e prendere ciò che di buono esiste in ogni attimo, in ogni esperienza. Messaggio che per quanto racchiuda una verità universale, sarebbe stato smorzato da un intreccio convenzionale. Appare chiara quindi la volontà di Veronesi di rimescolare le carte facendo ricorso agli attrezzi del romanzo postmoderno, da sommarsi alla rappresentazione oggettiva della realtà, del quotidiano e del contesto sociale che appartengono al romanzo realista. I salti temporali sono una costante, abbondano le citazioni, interi capitoli hanno la forma di comunicazione epistolare o via sms, altri contengono solo dialoghi che, escludendo la forma avvincente del “terzo grado” nel primo confronto telefonico tra Marco e lo psicanalista Lugi Carradori, risultano eccessivamente sobri, formali, come avviene tra estranei, e altrettanto didascalici, perché Veronesi si preoccupa costantemente di rivelarne il sottotesto, evitando di chiarire lo stato d’animo degli interlocutori e la natura della loro relazione. Ci sono anche le digressioni, interessanti in alcuni casi, meno in altri, tra cui spicca l’insensatezza di un elenco lungo tre pagine, numerato e con grassetti, di tutta la mobilia e l’oggettistica presente nella casa dei genitori del protagonista. Elenco che può essere saltato senza alcun nocumento alla comprensione delle pagine successive. Altro problema strutturale del romanzo è che i cambi del tempo della narrazione non si contano. C’è un prima e un dopo la morte della sorella di Marco, un prima e un dopo la morte della figlia, un prima e un dopo la morte del padre e della madre. Tutto questo non fa che disorientare il lettore, costringendolo a far mente locale per riposizionare temporalmente gli eventi. In fatto di stile, il voler affabulare porta Veronesi all’uso incessante di anafore e ripetizioni con effetto filastrocca che possono piacere o meno, ma sono comunque il grado zero delle figure retoriche. Gli avverbi in “mente” abbondano in maniera incontrollata. E poi c’è l’impegno a spiegare tutto, a eccedere nel didascalismo. Mancano gli spazi vuoti e misteriosi del non detto che stimolano il lettore a riempirli con la fantasia. Un eccesso di verosimiglianza che la smentisce, perché il mondo è ambiguo e l’esistenza è ineffabile. Il colibrì di Sandro Veronesi è un’opera di intrattenimento che scorre via veloce lasciando poco o nulla addosso a chi legge. Un ibrido inefficace tra romanzo realista e postmoderno, che soffre la mancanza di una verità romanzesca capace di interrogare il lettore dopo averlo terminato. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Recensioni letterarie senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: un Don Chisciotte a Milano

Il romanzo La Tempesta di Emilio Tadini è il resoconto straziante e commovente delle ultime ore di vita del vecchio Prospero, un uomo che ha perso tutto e si aggrappa alla pazzia per anestetizzare il dolore. Forse fin troppo letterario nella forma, ma capace di osare nel contenuto, La Tempesta di Emilio Tadini è un romanzo del 1993 che attraverso le parole di un testimone diretto narra le ultime ore di vita del vecchio Prospero, commerciante di panni usati, assediato dalla polizia nella sua vecchia palazzina, alla periferia di Milano. La moglie è una delle tante vittime del marketing spirituale che promette la salvezza in luoghi esotici. Ha abbandonato Prospero per raggiungere un santone in India. La figlia, tossicodipendente schiava dell’eroina, ha fatto altrettanto imbarcandosi in un giro del mondo autodistruttivo. L’intimo di sfratto è l’ultimo inaccettabile sfregio a un’esistenza ridotta in frantumi. Al vecchio Prospero non resta che barricarsi tra le mura fatiscenti della sua palazzina, aiutato dal Nero, venditore ambulante di colore a cui ha dato rifugio. Il ruolo di voce narrante spetta al giornalista che riesce a farsi accogliere dal vecchio nella speranza di scrivere una storia da prima pagina che risollevi le sue sorti di cronista. Seduto in poltrona nella casa del vecchio, farà la sua deposizione sotto gli occhi attenti del commissario di polizia, tra nastri registratori che a stento riescono a contenere il racconto, e l’andirivieni di agenti indaffarati nei rilievi dopo che la tragedia ha avuto il suo epilogo. Recensioni letterarie senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: pro e contro Emilio Tadini, figura poliedrica e cruciale della cultura italiana del Novecento, ambienta il suo romanzo nella Milano che è ancora “da bere” nonostante sia già scoppiato il caso “Mani pulite”. Ma lo fa occupandosi dell’altra faccia della Capitale della Moda, quella delle periferie abitate da un’umanità fragile. La figura del vecchio Prospero è quanto di più lontano ci possa essere dai negozi di lusso in via Montenapoleone e dagli aperitivi nei locali di grido. La vita gli ha portato via gli affetti più cari e adesso vuole strappargli l’unica cosa che gli resta, la palazzina fatiscente che chiama “Isola”. I riferimenti del romanzo all’omonima opera shakespeariana sono evidenti. Ma il Prospero di Tadini non è un mago. Per sfuggire alla sua triste sorte ricorre all’unico incantesimo concessogli, quello della pazzia. Scelta drammaturgica nella quale è difficile non ravvisare un altro riferimento letterario, questa volta italiano. Eduardo De Filippo più volte ha messo al centro delle sue opere la pazzia -spesso simulata – come via di fuga da una realtà scomoda, inaccettabile, e allo stesso tempo in grado di smascherare le meschinità nascoste come polvere sotto il tappeto nel mondo dei sani di mente. Il giornalista, accompagnato da Prospero in una visita guidata della palazzina malridotta, si accorge fin da subito che il suo Virgilio ha perso la brocca. Il tour è un lento inabissarsi nell’inferno mentale dell’anziano. Come un novello Don Chisciotte, Prospero trasfigura la miseria racchiusa nella sua magione. Ogni stanza, ogni angolo, attraverso la lente deformante della pazzia, diventa l’allegoria di una mancanza, di un desiderio irrealizzabile, di una speranza ancora viva. Allucinazioni necessarie per sopravvivere alla realtà dolorosa di chi ha perso tutto, anche sé stesso. Gli animali spelacchiati che vegetano in cortile, ridotti allo stremo delle forze, diventano con la forza dell’immaginazione una collezione aristocratica di animali esotici. Lo scantinato, dove abiti femminili ormai lisi sono sospesi a un filo come fantasmi, diventa l’ipogeo dove celebrare il culto del femmineo perduto; la montagna di stracci logori, buttati per terra, è un ossario di ricordi, un’antologia di storie che Prospero s’incarica di custodire in memoria del passato. La stanza di sua figlia, apice del dolore, con le foto appese al muro come ex voto di un santuario che documentano il processo di autodistruzione intrapreso dalla ragazza, è per il padre la cappella votiva dove nutrire la speranza che lei ritorni a casa. Il racconto-deposizione del giornalista oscilla come una nave nella tempesta tra l’orrore e la compassione. Da cronista e testimone diretto riporta per filo e per segno i filosofeggiare delirante di Prospero. L’enfasi dei ragionamenti di una persona mentalmente disturbata è resa in prosa dall’impiego sistematico, e per questo a volte eccessivo, delle inversioni sintattiche. Scelta stilistica che consente a Tadini di mantenere un tono colloquiale che risulti solenne e poetico anche per le farneticazioni logorroiche di un pazzo. Ma il tono di Prospero è lo stesso del giornalista e del commissario, tanto che in alcuni casi si fa fatica a distinguerli e sembra di ascoltare la stessa persona. Tutti e tre, compreso il vecchio, sono assidui frequentatori di letture importanti. Sembrano le teste di una creatura tricefala, chiamate a condividere gli stessi tormenti, gli stessi dubbi, gli stessi insuccessi. Tutti filosofeggiano nel romanzo di Tadini. Finanche il Nero, che difende l’isola del vecchio a colpi di fucile sparati in aria per tenere lontana la polizia. E intanto il giornalista, raccontando i fatti accaduti nella palazzina, sarà costretto ad ammettere a sé stesso la riuscita mediocre di uomo e cronista, riflessa come da uno specchio dal tracollo psicologico di Prospero. La visionaria incalzante deposizione andrà avanti fino al tragico epilogo, ricca di dettagli, di sfumature, di digressioni personali, incupita dall’orrore nascosto dietro le allucinazioni del vecchio, e illuminata da bagliori di verità che solo i pazzi sanno irradiare, quando tornano a guardare il mondo, abbandonando per un attimo la bolla nella quale sono prigionieri. Testi di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Il gioco di Gerald di Stephen King

Il gioco di Gerald di Stephen King è un viaggio nelle sinapsi di Jessie, la protagonista del romanzo. Un’opera tagliente e sofisticata contro il dogma del maschiocentrismo. Pubblicato nel 1992, Il gioco di Gerald di Stephen King è un viaggio nelle sinapsi di Jessie, la protagonista del romanzo. Tra le abilità dello scrittore americano, c’è senza dubbio quella di dissezionare la psicologia dei personaggi con la stessa abilità di un medico legale alle prese con un corpo senza vita. Nella costruzione del personaggio Jessie Mahout, moglie dell’avvocato Gerald Burlingame, King offre un esempio superbo di questa sua capacità. Le voci di dentro che si affollano nella mente di Jessie sono tante quanti i tratti della sua personalità. Suggeriscono, ammoniscono, si scontrano tra loro orchestrando un contrappunto sempre più drammatico. La Brava Mogliettina Burlingame è una donna senza spina dorsale. È la Jessie che ha rinunciato al gratificante lavoro di insegnante su richiesta del marito per meri motivi fiscali, sprofondando nell’apatia di una vita agiata. Ruth Neary è la compagna del college che si fa portavoce della Jessie insofferente al conformismo e alle ingerenze del marito. Frugolino è la Jessie bambina in camicia da notte molestata dal padre quando aveva solo dieci anni. Soprattutto queste tre, assieme alla altre “voci ufiche” alloggiate nella mente della protagonista, assisteranno Jessie, ognuna a suo modo, come navigatrici e copilote nella corsa contro il tempo che scatta quando il gioco erotico voluto da Gerald prenderà la forma di un incubo. Una gara di velocità che ha come premio la salvezza dalla morte per inedia, disidratazione, pazzia e dalle altre inimmaginabili tragiche eventualità che possono strappare la vita a una donna prossima ai quarant’anni, ammanettata a letto, nella casa al lago isolata dal resto del mondo, in compagnia del cadavere senza vita del marito. Il gioco di Gerald di Stephen King: pro e contro La mente di Jessie è come un’auto da rally, con a bordo le “voci ufiche”, lanciata all’impazzata su un percorso disseminato di ostacoli micidiali. Cambi di direzione così repentini da stravolgere le convinzioni più profonde, rettilinei talmente estenuanti da mettere a dura prova la stabilità mentale, curve a gomito che nascondono ricordi angoscianti e presenze inquietanti. Rendere conto del dissesto sia mentale che fisico scatenato dalla trappola in cui si ritrova Jessie, mantenendo sempre alto l’interesse del lettore, richiede grande controllo della scrittura. Controllo che King a tratti, nelle prime pagine del romanzo, sembra perdere di vista. La storia parte con fatica, non carbura subito. A volte il rimuginio della protagonista si avvita così tanto da risultare di difficile comprensione. Ma una volta preso l’abbrivio, King procede spedito e sicuro tra i ricordi, le paure e le soluzioni escogitate da Jessie per trarsi in salvo, sebbene in alcuni casi i battibecchi tra le voci interiori appaiano ridondanti. Altro aspetto rimarchevole è come King sappia vestire i panni del neuroscienziato, tenendo traccia scrupolosa del dialogo inesauribile tra sentimenti, sensazioni e biochimica del corpo umano. L’eclissi solare totale del 20 luglio 1963 incombe costantemente come uno spauracchio. Il sole che si spegne è il simbolo dell’oscurità piombata nella vita di Jessie in quello stesso giorno, quando subì le molestie sessuali di suo padre Tom. Simbolo presente nel romanzo Dolores Claiborne, che in origine, con Il gioco di Gerald, avrebbe dovuto formare un’opera unica. Di qui la spiegazione, rimasta inevasa nel romanzo, della visone telepatica che Jessie ha durante l’eclissi. La donna che vede inginocchiata davanti alle assi spezzate di un pozzo è proprio Dolores, anche lei costretta a vivere un momento terribile mentre il sole in alto si riduce a uno spaventoso buco nero. Jessie, debilitata dalla mancanza di acqua e cibo, combatte per salvarsi la vita, ma le riesce sempre più difficile distinguere la veglia dal sonno, lo stato cosciente dal sogno. Mentre lo stato allucinatorio si aggrava, nella camera da letto che è diventata la sua prigione avvertirà una presenza oscura. Una “forma”, immobile, silenziosa, terrificante. Jessie vacillerà pericolosamente sull’orlo della pazzia. La verità celata dietro la presenza minacciosa supererà ogni immaginazione, imponendo alla storia uno snodo narrativo imprevedibile e altrettanto agghiacciante. Il gioco di Gerald, che appartiene alla cosiddetta Trilogia delle donne di King assieme ai romanzi Dolores Claiborne e Rose Madder, è un’elegante messa in scena dei danni inflitti al libero sviluppo delle donne dalla cultura maschiocentrica, un’interferenza costante che infetta la psiche dei due sessi. Il risultato è un rapporto di subalternità della donna rispetto all’uomo talmente pervasivo da essere scambiato per un dogma. Imprigionate in questa dipendenza le donne inventano e si addossano colpe inesistenti per non ammettere che il vero orco è l’uomo che hanno difronte; rinunciano alla realizzazione personale per stargli accanto; non vengono ascoltate, specie quando le loro parole mettono in dubbio o sovvertono le convinzione del maschio. Jessie accetta il gioco erotico non tanto per piacere personale quanto per soddisfare suo marito, ma quando gli dice chiaramente che non ne ha più voglia, Gerald non l’ascolta, finge di non capire, e prosegue materializzando il pericolo di stupro. Questo è solo uno dei tanti momenti che spingono Jessie a prendere coscienza delle menomazioni che le hanno inflitto gli uomini più importanti della sua vita e che fanno di questo romanzo una denuncia tagliente e sofisticata del maschiocentrismo. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: I folgorati di Susanna Bissoli

Dopo una lunga pausa Susanna Bissoli torna al romanzo con “I folgorati”, opera che contiene la promessa non mantenuta di trattare con ironia la convivenza con un male terribile e le incomprensioni familiari. Tra le promesse della sinossi e il contenuto dell’opera letteraria c’è una distanza incolmabile che lascia insoddisfatti. Pubblicato nel 2024, “I folgorati” è il ritorno alla forma romanzo di Susanna Bissoli, dopo tredici anni di silenzio. Un’opera che prende slancio da spunti autobiografici per trattare questioni ad alto dosaggio drammatico. Vera scopre una recidiva del cancro al seno, malattia che ha già colpito mortalmente la madre e altre donne della famiglia. Il padre Zeno si offre di ospitarla nella casa dove l’uomo vive solo da anni. La protagonista accetta. Tornare nella casa dove è cresciuta è un salto nel passato, nei ricordi di una vita precedente, mentre cerca di dare un senso a quella presente e futura, portandosi dietro il sogno mai sopito di diventare una scrittrice. Nel suo percorso di riavvicinamento a Zeno, Vera dovrà confrontarsi con la sorella minore Nora, la nipotina Alice, e Franco, un fidanzato incapace di starle accanto nei momenti più difficili. Come si sopravvive a una grave malattia, le incomprensioni familiari e più nello specifico la necessità di riallacciare con un genitore i rapporti deteriorati dalla distanza sono i temi centrali della storia. Questioni che bastano e avanzano per incorrere in un melodramma strappalacrime se manca l’accortezza di un punto di vista originale che alleggerisca e allontani la trama dalle secche di una tediosa cronaca del dolore. I folgorati di Susanna Bissoli: pro e contro Per riuscire nell’impresa non può bastare il potere taumaturgico della scrittura che ammalia Vera e suo padre Zeno. Serve uno strumento molto più potente, l’ironia, risorsa imprescindibile e dono dell’intelletto per superare i momenti più funesti. Infatti la sinossi annuncia “un romanzo dalla grazia rara che sa tenere insieme il riso e il pianto, perché l’ironia è la chiave di tutte le salvezze”. Una promessa non mantenuta. La voce narrante di Vera, anche nelle scene che dovrebbero risollevare l’animo dei protagonisti e del lettore, trasmette una sensazione di distacco. A volte sembra di ascoltare un estraneo che osserva le vicende dall’esterno facendo attenzione a non farsi coinvolgere più di tanto. L’uso della paratassi, di frasi brevi che sembrano sospese nel vuoto come oggetti in un quadro di Magritte, aumenta la neutralità di Vera e complica l’empatia tra lettore e protagonista, che stenta a decollare avverandosi di rado. È un “susseguirsi di dialoghi intensi, esilaranti, veri” annuncia ancora la sinossi, centrando in parte un aspetto rilevante del romanzo. Susanna Bissoli dà larghissimo spazio ai dialoghi, dimostrando grande abilità nel costruirli e nel renderli credibili. Ma di esilarante c’è poco o nulla, salvo considerare come tale la parlata in dialetto veneto di Zeno, che sarebbe come dire che le commediole cinematografiche di adesso fanno ridere perché i personaggi si rimbeccano parlando in romanesco. I folgorati sono i sopravvissuti alla scarica di un fulmine. Dal quel momento sanno e sentono di non essere più gli stessi, e che la scarica elettrica ha lasciato il segno. Metafora azzeccata dei sopravvissuti a una malattia potenzialmente mortale, che però rimane accennata, poco esplorata pur contenendo il seme di una visione più corale e utile a sdrammatizzare. Ma l’umorismo, almeno in questo caso, non sembra appartenere alla Bissoli. Il mondo raccontato dall’autrice appare asettico come una stanza d’ospedale, rigido come una serata invernale, e nell’insieme la lettura procede fino alla fine con pochi sussulti che lasciano il segno. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Spilli di Greta Olivo

Il romanzo “Spilli, pubblicato nel 2023, segna l’ottimo esordio della giovane Greta Olivo. Trattandosi di un’opera prima, sorprende la sicurezza con la quale la scrittrice maneggia gli attrezzi del mestiere. Livia vive a Roma in una famiglia sana, felice. È un talento dell’atletica, giovanissima, con due occhi azzurri che incantano, ma si vergogna degli occhiali. Soffre di una miopia che peggiora a ritmo serrato. Un segno che desta preoccupazione. Sulla famiglia di Livia aleggia l’ombra dell’ereditarietà legata a una malattia degenerativa che non lascia scampo e che ha colpito il nonno della ragazzina. In campeggio il desiderio di sostituire gli occhiali troppo spessi con le lenti a contatto rubate all’amica della madre le provoca una brutta congiuntivite, un problema risolvibile con i medicinali. Ma durante la visita medica arriva una seconda diagnosi, inattesa e implacabile: retinite pigmentosa. La paura covata in silenzio diventa realtà. Livia è destinata a diventare cieca, è solo questione di tempo. Spilli di Greta Olivo: pro e contro La scrittura di Greta Olivo bada al sodo, con una prosa senza manierismi, priva di passaggi forzatamente letterari. La storia è raccontata in prima persona da Livia. Scelta coraggiosa della scrittrice esordiente perché richiede grande padronanza nella caratterizzazione della voce narrante. Una sfida vinta dalla Olivo grazie alla paura condivisa con la protagonista. Anche lei ha convissuto con il timore di perdere la vista, come è accaduto a suo nonno, e ha quindi sfruttato questa sua esperienza come base di partenza per il romanzo. Al liceo la vista di Livia peggiora. Macchioline scure e tonde come teste di spilli invadono progressivamente il campo visivo della ragazzina. La Olivo ci aiuta a vedere con profonda compenetrazione ed efficace realismo come cambiano i gesti quotidiani e cosa può accadere nell’animo quando la funzione sensoriale più importante si spegne lentamente, nell’attesa angosciante che scompaia del tutto. Livia vivrà un periodo di scoramento, costretta a rinunciare a gran parte delle esperienze che le sue coetanee possono e devono concedersi. Decide di iscriversi in un centro riabilitativo dove s’impara a leggere il Braille e a camminare con il bastone. Qui incontra un istruttore anche lui ipovedente, che la prenderà in custodia insegnandole tutto ciò che serve per muoversi in autonomia nel buio. Per Livia ha inizio un percorso tormentato di consapevolezza e rinascita. Il risultato è un romanzo di formazione che avvince e convince, in cui la protagonista affronta una prova durissima, innanzitutto con sé stessa, rammentandoci che c’è luce anche nella peggiore delle oscurità. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Dolores Claiborne di Stephen King

Dolores Claiborne di Stephen King è la confessione accorata e travolgente di una donna che ha combattuto con i denti per difendere sé stessa e i suoi tre figli, arrivando a commettere un crimine efferato. Come può un lettore non innamorarsi di Dolores Claiborne, donna prossima ai sessantasei anni, forte, intelligente, e talmente coraggiosa da dire sempre ciò che pensa. Il romanzo di Stephen King che porta il nome della protagonista è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 e appartiene alla cosiddetta “Trilogia delle donne” con “Il gioco di Gerald” e “Rose Madder”. Dolores parla come mangia. Usa un linguaggio popolare, a volte simpaticamente triviale. Non azzecca un congiuntivo e un condizionale nemmeno per sbaglio. Ma non le fanno difetto intelligenza, sensibilità e ironia che trovano forma in una gragnuola di paragoni e analogie irresistibili per sagacia e creatività. Ascoltarla è un’esperienza avvincente. Una fortuna per i due sbirri accompagnati da una giovane stenografa, che hanno il compito di raccogliere la sua deposizione. Dolores è sospettata di aver ucciso Vera Donovan, donna estremamente ricca per la quale ha lavorato come governante fino al giorno della sua dipartita. Il romanzo è il racconto in prima persona della vita Dolores. Anzi, una confessione e uno sfogo necessari per dimostrare la sua innocenza e per togliersi dallo stomaco un rospo impossibile da digerire Dolores Claiborne di Stephen King: pro e contro King possiede un’abilità disarmante nell’inventare similitudini e metafore, attinenti al contesto diegetico come quadri di una casa abbinati perfettamente al resto dell’arredo. Attraverso la voce di Dolores Claiborne da sfoggio del suo talento con prodigalità torrenziale. Una voce che non ammette intrusioni. King abolisce fin dal principio il diritto di parola dei due poliziotti. I loro interventi e le loro domande si possono solo intuire indirettamente, attraverso le risposte della protagonista. Dolores quasi ammutolisce quelli che dovrebbero metterla sotto torchio, in nome della sua età e in virtù del fatto che conosce entrambi da quando riempivano i pannolini e avevano il moccio al naso. Fin dall’inizio la protagonista si prende la scena e non la molla più per dar fondo alla confessione di una donna che ha combattuto strenuamente per difendere sé stessa e suoi tre figli. Sull’isola di Little Tall, altra creazione di King piazzata manco a dirlo a poche miglia dalle coste del Maine, le mogli sono appendici di mariti ubriaconi e frustrati. Accettano il ruolo di vittime sacrificali; incassano in silenzio maltrattamenti e percosse che nella comunità isolana più che indignazione sollevano pettegolezzi. Ma Dolores non è tipa da farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Nemmeno dal suo Joe, sposato troppo in fretta quando erano poco più che adolescenti, per abbandonare il nido familiare e provare l’ebbrezza della libertà. Dolores confessa subito ai due poliziotti quello che tutti sull’isola sospettavano. È stata lei a uccidere suo marito. E da quel momento parte un racconto indimenticabile. Un trattato sulla condizione della donna nella provincia americana, impreziosito dal rapporto di odio e amore con la ricca bisbetica Vera Donovan, anche lei custode di un tragico segreto. La narrazione si tinge di mistero per gli eventi che si verificheranno prima e dopo l’assassino di Joe, messo in atto durante l’eclissi solare totale del 20 luglio 1963, evento astronomico realmente avvenuto, che di per sé è già inquietante. La trama registra quello che in apparenza sembra un passo falso di King, e un episodio che trova spiegazione nella genesi del romanzo. La salma di Joe non può stringere tra le mani un lembo della sottoveste di Dolores, perché lo strappò è avvenuto prima che l’uomo tentasse disperatamente di salvarsi. Ma alcuni esegeti del Maestro sostengono che si tratti di un scelta deliberata per sollevare dubbi sulla memoria di Dolores. Poi c’è la visione telepatica della bambina che cerca i suoi vestiti sotto il letto, momento che ha la verosimiglianza palpabile di una trasmigrazione corporea. La visione rimane senza spiegazione, ma è collegata al romanzo “Il gioco di Gerald” che assieme a “Dolores Claiborne” avrebbe dovuto dar vita a un’unica opera, in quelle che erano le intenzioni iniziali di King. Per il resto ci troviamo difronte a uno lavoro che a ragione può essere considerato tra i migliori dello scrittore statunitense. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: L’ora di greco di Han Kang

Il romanzo ‘L’ora di greco’ della scrittrice coreana Han Kang è un’opera carica di lirismo che affronta un tema inesauribile e altrettanto centrale: il linguaggio come straordinario strumento di conoscenza e come terribile riflesso della nostra vulnerabilità. Un uomo e una donna di cui non sapremo mai il nome. Due esistenze che fuggono via come rette parallele, destinate a incrociarsi solo ed esclusivamente nel corso della lezione di greco antico, in un’accademia privata di Seul. Lui, il docente, ha gravi problemi alla vista ed è destinato a diventare cieco. Lei, l’allieva, è un’ex insegnante afflitta da mutismo psicogeno. Il tema centrale del romanzo ‘L’ora di greco’, pubblicato per la prima volta nel 2011, è il linguaggio, con i suoi benefici e le sue controindicazioni. Han Kang stessa lo ha definito “quasi un lieto fine” del romanzo ‘La vegetariana’. Per mezzo dei due protagonisti la scrittrice coreana, premio Nobel nel 2024, da fondo a una dissertazione sulla facoltà cognitiva che assieme al pensiero fa degli esseri umani ciò che sono, distinguendoli nel regno animale. L’ora di greco di Han Kang: pro e contro La costruzione letteraria non rinuncia alla corporeità dei due protagonisti. Ma assieme all’argilla, la loro creatrice usa in sovrabbondanza un registro altamente lirico che accompagna riflessioni fin troppo cerebrali, limitando l’autenticità dei personaggi. Procedendo nella lettura l’impressione è che alla Kang dei protagonisti, lasciati non a caso senza nome, interessi principalmente ciò che rappresentano, ovvero le sfaccettature del nostro rapporto con il linguaggio. Scelta che priva il romanzo di una vera e propria trama, motore propulsivo di qualunque storia. Un’assenza che si fa sentire e che costa fatica mentre si procede attraverso ricordi e riflessioni, che pure contengono splendide epifanie sul legame magico che unisce la materialità del suono e del segno grafico al significato. Lui ha lasciato la famiglia per tornare in Corea del Sud, dove ha vissuto l’infanzia prima di essere costretto suo malgrado a trasferirsi in Germania. La lingua madre, quindi il linguaggio, per il protagonista maschile è il ritorno all’infanzia nella sua vera patria dove non è più uno straniero dall’accento incomprensibile; è il senso di appartenenza come antidoto contro la solitudine e l’emarginazione; è il riappropriarsi di un’esistenza spaccata in due. Lei, fin da bambina, ha mostrato un’alta sensibilità verso il linguaggio, sviluppando con questi un rapporto nevrotico che già al liceo le ha causato un episodio di mutismo psicogeno da cui si è tratta in salvo attraverso una lingua straniera, il francese. La maturità ha portato con sé la morte della madre e il mancato affidamento del figlio strappatole via dal marito. Due traumi che l’hanno rituffata in un abisso di silenzio. Tra le strade umide, maleodoranti e rumorose di Seul, sembra muoversi in una campana di vetro. Ha perso le parole che servono a dare un nome alle cose, a scrivere il monologo interiore che serve a tutti noi per elaborare gli accadimenti. I ricordi e le immagini che corrono nelle mente perdono senso e contesto. Diventano frammenti slegati. Le relazioni interpersonali si fanno impossibili. Le emozioni si staccano dal corpo come pittura scrostata dai muri. Sceglie il greco antico nella speranza che risulti medicamentoso come all’epoca lo fu il francese. Sceglie una lingua che le è completamente estranea e quindi incapace di trascinarsi dietro il passato. Una lingua vergine, metafora di un nuovo inizio. L’incontro con l’insegnante, altrettanto vulnerabile a causa della cecità imminente, rivelerà il linguaggio come terreno d’incontro con l’altro, strumento di scambio e comprensione reciproca in grado di lenire i dolori che la vita riserva senza via di scampo. Lungo il percorso la scrittura lirica della Kang si fa man mano sempre più poetica nello stile e anche nell’impaginazione del testo. Cosa che non deve sorprendere perché la scrittrice coreana inizialmente si è fatta conoscere per i suoi versi. Un ritorno alle origini per la Kang, forse il suo modo di superare definitivamente il blocco dello scrittore, sofferto dopo aver concluso ‘La vegetariana’. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Il suggeritore di Donato Carrisi

Attorno all’idea originale del serial killer subliminale, ‘Il suggeritore’ di Donato Carrisi abbonda di scene efferate e continui colpi di scena che nascondono, come polvere sotto il tappeto, buchi evidenti nella trama. Romanzo d’esordio di Donato Carrisi, pubblicato nel 2009, ‘Il suggeritore’ ha riscosso un successo enorme. Un inizio di carriera travolgente per lo scrittore pugliese che nel tempo si è affermato come migliore autore italiano e stella internazionale del thriller psicologico. L’idea di partenza attorno alla quale Carrisi ha costruito il suo castello narrativo è quella del serial killer subliminale, un individuo votato al male e dotato di intelligenza superiore, in grado di manipolare discepoli inconsapevoli, nei quali precedentemente ha riconosciuto potenzialità omicide, inducendoli a commettere efferatezze ed escludendo allo stesso tempo ogni indizio o prova di complicità a suo carico. Il suggeritore di Donato Carrisi: pro e contro Nel romanzo le vittime sono bambine scomparse e poi ritrovate senza vita in scene del crime atroci, disturbanti. Gli investigatori ingaggiano una lotta contro il tempo, nel tentativo di salvare la sesta bambina strappata ai suoi genitori, che si presume sia ancora in vita. Carrisi è bravo nell’evocare atmosfere cupe, angoscianti, sfornando un progressione di colpi di scena che stordiscono e sconvolgono incitando alla lettura. La buona caratterizzazione della protagonista, la poliziotta Mila Vasquez, e l’accurata ricostruzione dei metodi di indagine utilizzati dalla polizia scientifica, reggono il gioco. Ma più si va avanti e più gli snodi narrativi appaiono eccessivi e forzati. A un certo punto si assiste alla comparsa di un personaggio dalle capacità medianiche che dà una mano a sbrogliare la matassa. Qui la sensazione che ‘il patto con il lettore’ venga tradito è molto forte. La sospensione dell’incredulità scricchiola in maniera pericolosa, intanto i colpi di scena proseguono inarrestabili fino all’ultima pagina. Al termine della lettura, quando le suggestioni che sono il punto forte del romanzo evaporano, rimangono in piedi i quesiti inevasi e le incongruenze della storia. Il piano assai complesso partorito dal killer subliminale, che a quanto pare è stato messo in piedi nel corso di tantissimi anni ad uso e consumo della sola Mila Vasquez, presenta buchi evidenti, pur rappresentando la nervatura principale della storia. Il legame tra manipolatore e adepti, e i collegamenti tra questi ultimi sono appena accennati, lasciati ad intendere ma inesplorati. Una concatenazione essenziale di eventi che viene sottaciuta, instillando in chi legge una sensazione di disorientamento senza sbocco finale. Il risultato è un romanzo che fa troppa leva sulla messa in scena horror, dimenticando la necessità propria dei thriller di risolvere se non tutti, almeno la gran parte degli elementi che costituiscono la trama, a partire da quelli più salienti. Un debito verso il lettore che merita di veder ricuciti gli strappi inflitti alla sua coscienza da accadimenti aberranti, evitandogli la comoda e deludente soluzione dell’inesplicabile. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: il caso Gianluca Gotto

Viviamo tempi difficili e la richiesta di esempi utili a ritrovare quantomeno la speranza registra numeri esorbitanti. Con i suoi libri autobiografici, Gianluca Gotto è stato bravo a intercettare questa domanda. Tenuto conto delle opportunità che mancano, dei soldi che non arrivano e del futuro che fa paura, in giro la domanda di una guida spirituale o almeno di un esempio salvifico da seguire è ai massimi storici. Con i suo libri Gianluca Gotto è stato bravo a infilarsi in questa bella fetta di mercato con il suo faccione da bravo ragazzo e la sua voce rassicurante. Ma cosa offre Gianluca ai suoi lettori? Girando sul blog ufficiale “Mangia Vivi Viaggia”, nella pagina dedicata ai sei libri dell’autore torinese, ci si ritrova difronte a sinossi che lasciano intendere la natura autobiografica di quasi tutti gli sforzi letterari del trentacinquenne amante dei viaggi. A ben guardare si ha un po’ l’impressione di trovarsi difronte ai bugiardini di medicinali che guariscono le malattie dell’anima: “Vorresti ritrovare la serenità che hai perso e mantenerla sempre, indipendentemente da quello che ti accade?”, allora “ti consiglio” questo libro; “Senti che la tua vita è diventata troppo fredda e stressante?”, allora “ti consiglio” quest’altro. Sembra di stare in una farmacia dove si vendono medicinali per curare il male d’esistere. L’acquirente non deve far altro che scorrere i sintomi curati da ciascun libro, capire quello che più gli si addice e procedere all’acquisto. Troppo semplice e troppo bello per essere vero. Ma la voglia di guarire è tanta e l’ottimismo confortante di Gianluca è contagioso. Un incontro perfetto tra domanda e offerta che stando alle cronache ha portato alla vendita di un milione di copie. ‘Profondo come il mare, leggero come il cielo’ di Gianluca Gotto: pro e contro Nel penultimo libro di Gotto, pubblicato 2023, troviamo consigli pratici su come recuperare la serenità, imboccare la strada della saggezza e cambiare la vita in meglio. L’autore definisce, non senza un pizzico di vanità, ‘Profondo come il mare, leggero come il cielo’ un “saggio”. Gotto descrive l’impianto filosofico del Buddismo partendo dalla sua esperienza personale. E di una cosa gli va dato atto: ha studiato con attenzione la materia. Infatti l’indice bibliografico al temine del libro è di tutto rispetto. Dopo aver contratto la febbre Dengue, Gianluca ha sofferto uno degli effetti collaterali più subdoli della malattia: la depressione. Trovandosi a Bali, il luogo più mistico e spirituale dell’Indonesia conosciuto non a caso come ‘l’isola degli dei’, l’autore ha cercato aiuto in un tempio buddista e da lì ha avuto inizio un percorso di guarigione lungo e impegnativo, che alla fine ha illuminato la sua vita, cambiandolo per sempre. Ripercorrendo il sentiero che lo ha condotto sulla Via di Mezzo, Ivan Gotto spiega con perizia le intuizioni geniali del Buddha filosofo, mistico e asceta. Buddha non ha lasciato nulla di scritto, quindi i suoi discepoli hanno dato vita a un numero considerevole di interpretazioni tra loro eterogenee, generando altrettanti sistemi di pensiero, con relative tecniche e pratiche spirituali. Ciò nonostante, le basi di partenza sono le stesse: l’impermanenza e la non-dualità dell’esistente visibile e invisibile; la sofferenza come elemento costitutivo e quindi ineludibile dell’esistenza, che alimentata dal desiderio, simile a un fuoco inestinguibile in ognuno di noi, è causa di continua sofferenza a cui mettere un freno attraverso la capacità di discernere tra l’essenziale e il superfluo, che è poi la Via di Mezzo, la quale può essere imboccata solo attraverso la meditazione. Questi, assieme agli altri pilastri concettuali e alle pratiche del Buddismo, vengono ripresi incessantemente da Gotto. Aspetto che rappresenta il lato positivo e negativo del suo libro. Le ripetizioni aiutano a fissare i concetti. Allo stesso tempo, sebbene le spiegazioni siano corroborate da esperienze vissute in prima persona, il loro continuo ripetersi si tramuta bene presto in una fastidiosa ridondanza, appesantita ulteriormente da una scrittura per lo più monocorde, che spesso inciampa nelle frasi fatte dei guru motivazionali e dei life coach. Mancando le sfumature e gli slanci necessari a stimolare la lettura, dopo i due terzi del libro si fa gran fatica a proseguire fino all’ultima pagina. Ciò non toglie che ‘Profondo come il mare, leggero come il cielo’ sia un ottimo spunto da cui partire per riconoscere e riflettere sugli aspetti tossici della vita moderna. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata
Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Il grande sonno di Raymond Chandler

Si può esordire con un’opera che cambia per sempre il genere letterario di appartenenza, regalando di fatto un archetipo narrativo al cinema d’azione? Raymond Chandler lo ha fatto con ‘Il grande sonno’. Poche sono le opere che hanno avuto un’influenza così profonda e vasta come il primo romanzo di Raymond Chandler. Stufo del giallo deduttivo, tutta teoria e zero realismo, all’età di 51 anni lo scrittore statunitense segue la scia del collega Dashiell Hammett, inventore del genere hardboiled, dando alla luce l’investigatore privato Philip Marlowe. Il grande sonno illumina il mondo della letteratura poliziesca come un nuovo sole spuntato all’orizzonte. Con la sua penna Chandler rimodella come se fosse creta l’immagine sfavillante della Los Angeles degli anni trenta. Tra le sue mani non è più la mecca del sogno americano dove Hollywood produce in serie sogni a occhi aperti. Attorno agli infiniti boulevard adorni di palme e insegne luminose, la città degli angeli nasconde il suo lato oscuro e deforme. Chandler punta i riflettori sui vicoli ombrosi e sui retrobottega luridi, zona franca abitata da malavitosi incalliti, sicari micidiali, e da un’umanità bistrattata che vive di espedienti, spesso ai limiti della legalità. Il grande sonno di Raymond Chandler: pro e contro Nelle ricche ville a schiera germinano esistenze oscure, tormentate, malate, che nemmeno le grandi fortune riescono a guarire. Marlow se ne accorgerà un volta messo piede in casa Sternwood. Tra marmi e broccati si annida la promiscuità con il crimine organizzato e il contrabbando di oscenità. Il padrone di casa, un generale in pensione prossimo alla dipartita, ha deciso di ingaggiare un investigatore privato perché qualcuno sta ricattando sua figlia Carmen. Marlow accetta l’incarico che lo condurrà nei sordidi anfratti di Los Angeles fino a scoprire, sul conto di Carmen e della sorella maggiore Vivian, segreti inconfessabili al povero generale. Ha così inizio un’avventura nei bassi fondi della metropoli californiana, che Marlow affronta impugnando un’arma che non s’era mai vista prima, forse l’intuizione più geniale di Chandler. Philip Marlow, uomo navigato fino alla disillusione e al cinismo, affronta e disarma i suoi avversari con l’ironia. Le sue battute sagaci sono frecce con la punta avvelenata dal sarcasmo. In questo modo Marlow dileggia i criminali che gli puntano contro la pistola, deride i poliziotti ipocriti, umilia l’arroganza dei ricchi e dei potenti. Non solo un modo per esorcizzare la paura ma anche il mezzo per denunciare e farsi beffa delle turpitudini di una società che nasconde le sue piaghe purulente sotto lustrini e paillettes. A trovargli un difetto, il romanzo di Chandler potrebbe deludere i puristi del giallo deduttivo, adoratori della perfetta concatenazione degli indizi, che come le briciole di Hansel devono condurre all’assassino in maniera logica. Ma è poca roba rispetto al mondo costruito e raccontato dallo scrittore americano. Le descrizioni rapide e argute colgono l’essenza dei personaggi e degli oggetti senza lasciargli scampo. I dialoghi taglienti risuonano nell’aria come frustate. L’umorismo di Marlow disarma anche le reticenze del lettore più esigente. Chandler ha inventato l’eroe che si prende gioco del pericolo e del potere. Una figura che ha conquistato in tempi rapidissimi prima il mondo della letteratura e poi quello del cinema, trasformandosi in archetipo narrativo. Cominciate a far mente locale sui protagonisti dei film d’azione che in pericolo di vita affrontano il cattivo di turno con battute dissacranti, e non finirete più di contare. Sono tutti figli di Chandler, fratelli minori di Marlow. Un lascito che continua a partorire epigoni incapaci di eguagliare l’originale. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata