Recensioni letterarie senza sconti, Il colibrì di Sandro Veronesi: pochi “pro” e tanti “contro”

Il colibrì di Sandro Veronesi: pro e contro

Il colibrì di Sandro Veronesi cerca di tenere assieme il romanzo postmoderno e realista: il risultato non va oltre il puro e semplice intrattenimento.   Chiudere un libro, un romanzo, dopo averlo letto, è come salutare qualcuno che ti ha appena raccontato la sua storia. Il colibrì di Sandro Veronesi esordisce avvisandoti che non puoi immaginare quello che sta per dirti, per poi tradire le aspettative con un lungo elenco di affanni a cui nessuno è immune, con l’aggiunta di disgrazie in numero talmente spropositato da apparire inverosimili. Marco Carrera, oculista originario di Firenze, residente a Roma da tanti anni, è il protagonista del romanzo. Veronesi ci racconta la sua vita focalizzando l’attenzione sugli eventi che l’hanno indirizzata, condizionata, segnata, utilizzando il narratore onnisciente in terza persona plurale, che combacia esattamente con la voce dell’autore. Voce necessariamente ironica, a volte gigioneggiante, per sdrammatizzare la successione di lutti che devastano la vita del protagonista e che s’intrecciano con la storia d’amore incompiuta tra Marco e Luisa, che va avanti per cinquant’anni e che eccede troppo in romanticismo per la promessa mantenuta di castità, nonostante s’incontrino più e più volte pur abitando lui in Italia e lei in Francia. Messa così, potrebbe anche funzionare. Invece il romanzo trova il suo primo grande limite proprio nella voce narrante che cade nell’errore imperdonabile di spiegare con tono affabulatorio anziché mostrare. E lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come succede nelle favole, per invogliarlo a seguire le vicende di Marco. Il colibrì di Sandro Veronesi: pro e contro Nelle prime pagine Veronesi riesce a catturare l’attenzione, evocando un piano omicida contro il protagonista ad opera della moglie. Ma basta procedere di poco nella lettura per scoprire che si trattava solo di un trucco per suscitare immediato interesse e che il romanzo è sguarnito di conflitto primario, quello che manda avanti l’impianto drammaturgico di un storia e crea l’urgenza della lettura. Non mancano i momenti intuitivi, anche divertenti, ma il punto di vista che è solo della voce narrante, quindi dell’autore, dominato dal registro descrittivo, ridimensiona la complessità che è propria del romanzo, cadendo nella semplificazione del resoconto o dell’articolo di giornale, in cui parenti, amici e conoscenti che ruotano attorno a Marco sono ridotti al ruolo di caricature o funzioni narrative, senza profondità psicologica. A nulla serve il ricorso al libero indiretto per mitigare l’assenza di tridimensionalità. La sensazione che i personaggi secondari servano semplicemente a mandare avanti la storia è netta. Sviluppata in maniera lineare, la trama sarebbe apparsa fin troppo ordinaria. Il succo del romanzo è che bisogna resistere alle avversità, di qualunque natura esse siano, e prendere ciò che di buono esiste in ogni attimo, in ogni esperienza. Messaggio che per quanto racchiuda una verità universale, sarebbe stato smorzato da un intreccio convenzionale. Appare chiara quindi la volontà di Veronesi di rimescolare le carte facendo ricorso agli attrezzi del romanzo postmoderno, da sommarsi alla rappresentazione oggettiva della realtà, del quotidiano e del contesto sociale che appartengono al romanzo realista. I salti temporali sono una costante, abbondano le citazioni, interi capitoli hanno la forma di comunicazione epistolare o via sms, altri contengono solo dialoghi che, escludendo la forma avvincente del “terzo grado” nel primo confronto telefonico tra Marco e lo psicanalista Lugi Carradori, risultano eccessivamente sobri, formali, come avviene tra estranei, e altrettanto didascalici, perché Veronesi si preoccupa costantemente di rivelarne il sottotesto, evitando di chiarire lo stato d’animo degli interlocutori e la natura della loro relazione. Ci sono anche le digressioni, interessanti in alcuni casi, meno in altri, tra cui spicca l’insensatezza di un elenco lungo tre pagine, numerato e con grassetti, di tutta la mobilia e l’oggettistica presente nella casa dei genitori del protagonista. Elenco che può essere saltato senza alcun nocumento alla comprensione delle pagine successive. Altro problema strutturale del romanzo è che i cambi del tempo della narrazione non si contano. C’è un prima e un dopo la morte della sorella di Marco, un prima e un dopo la morte della figlia, un prima e un dopo la morte del padre e della madre. Tutto questo non fa che disorientare il lettore, costringendolo a far mente locale per riposizionare temporalmente gli eventi. In fatto di stile, il voler affabulare porta Veronesi all’uso incessante di anafore e ripetizioni con effetto filastrocca che possono piacere o meno, ma sono comunque il grado zero delle figure retoriche. Gli avverbi in “mente” abbondano in maniera incontrollata. E poi c’è l’impegno a spiegare tutto, a eccedere nel didascalismo. Mancano gli spazi vuoti e misteriosi del non detto che stimolano il lettore a riempirli con la fantasia. Un eccesso di verosimiglianza che la smentisce, perché il mondo è ambiguo e l’esistenza è ineffabile. Il colibrì di Sandro Veronesi è un’opera di intrattenimento che scorre via veloce lasciando poco o nulla addosso a chi legge. Un ibrido inefficace tra romanzo realista e postmoderno, che soffre la mancanza di una verità romanzesca capace di interrogare il lettore dopo averlo terminato.   Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata     

Recensioni letterarie senza sconti, Il treno dei bambini di Viola Ardone: quando la solidarietà era una fede

Recensioni letterarie senza sconti, Il treno dei bambini di Viola Ardone: quando la solidarietà era una fede

Il romanzo di Viola Ardone, Il treno dei bambini, ha il grande merito di sottrarre all’oblio una gigantesca operazione di solidarietà promossa e organizzata dal Partito Comunista nell’Italia del secondo dopoguerra.   Nel 1946 un treno carico di bambini parte da Napoli per raggiungere Modena. Sono i figli della gente che vive di stenti in una città messa in ginocchio dagli orrori della Seconda guerra mondiale. Una gigantesca operazione di solidarietà. Un’idea partorita da un gruppo di donne appartenenti all’UDI (Unione Donne in Italia), subito sposata dal Partito Comunista Italiano e resa possibile grazie alla sua macchina organizzativa. All’incirca 70 mila bambini, provenienti da tutta la penisola, soprattutto dal Sud Italia, raggiunsero le regioni più ricche del Nord a bordo dei Treni della felicità per scampare a una condizione di miseria e degrado. Viola Ardone racconta questa storia di solidarietà e accoglienza, che merita di non essere dimentica, attraverso gli occhi del piccolo Amerigo Speranza. Sette anni, vivace e intelligente, Amerigo vive assieme alla madre, Antonietta. Non ha mai conosciuto il padre e pur distinguendosi in matematica, preferisce il lavoro alla scuola per dare una mano all’economia familiare raccogliendo pezze da rivendere. Convinta dalla partigiana Maddalena Criscuolo, una che ha combattuto coraggiosamente durante le Quattro Giornate di Napoli, Antonietta aderisce all’iniziativa del Partito Comunista e imbarca Amerigo sul treno diretto a Modena, dove una famiglia lo attende per prendersi cura di lui. Il treno dei bambini di Viola Ardone: pro e contro La Ardone usa la prima persona affinché sia lo stesso Amerigo, con un italiano colloquiale e poeticamente corrotto dal dialetto partenopeo, a raccontarci la sua storia. Attraverso la voce innocente di un bambino di appena sette anni, quasi otto per l’esattezza, la scrittrice ci conduce per i vicoli del Rione Sanità, allora uno dei quartieri più poveri di Napoli. La scrittrice, nonché docente di Italiano e Latino alle scuole superiori, anch’essa napoletana, offre un quadro credibile dell’umanità costretta a convivere gomito a gomito negli spazi angusti dei vicoli. Ci fa entrare nei bassi con una stanza sola che diventa casa e bottega, gelida d’inverno e bollente d’estate, per osservare straniti la miseria di quella gente. La Napoli del secondo dopoguerra raccontata dalla Ardone è soprattutto la città delle donne che hanno perso il loro uomo in guerra e delle madri sedotte e abbandonate come Antonietta. I maschi sono figure ombratili, spesso ambigue, a volte violente, anche tra le fila dei comunisti, a rigor di logica più consapevoli e rispettosi dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione femminile sostenuta dal partito. Ma è anche la Napoli degli scugnizzi, come Amerigo e il suo amico Tommasino, che vagabondano studiando modi fantasiosi e a volte truffaldini per guadagnare un po’ di soldi, mentre sognano un paio di scarpe nuove e abiti senza rattoppi come quelli indossati dai borghesi dei quartieri più rinomati. Il romanzo è diviso in quattro parti. Le prime tre, ambientate nel 1946, sono senza dubbio le più coinvolgenti, sebbene il tono della Ardone viaggi su una frequenza uniforme da rumore bianco. Anche le scene più emotive risultano ovattate da una sorta di pudore, pur trasmettendo con efficacia l’importanza e l’impatto di un fatto storico che ebbe origine da principi etici e politici che purtroppo oggi sembrano smarriti. Tra gli aspetti più riusciti dell’opera, c’è senza dubbio la messa a confronto del divario culturale tra Nord e Sud in seno alla classe popolare, originato dallo squilibrio economico che spaccava in due l’Italia. Nel 1946, nei quartieri poveri di Napoli, la scuola è un lusso sacrificabile in nome della sopravvivenza. A Modena, dove sbarca Amerigo, l’istruzione è strumento imprescindibile per creare individui liberi e un paese dove regni la giustizia sociale. Nei bassi la Storia è un sentito dire, la politica è una diceria deformata dall’ignoranza diffusa e dall’opposizione della chiesa cattolica. “Li porteranno in Siberia a lavorare”, “Gli taglieranno mani e piedi”, “Li getteranno nei forni”, si sentono ripetere Amerigo e Antonietta. E invece Amerigo, abbandonati gli stenti della povertà e la viscida promiscuità della vita nei vicoli, sarà accolto in seno a una comunità dove, nonostante la nebbia, si respira aria di integrità morale e coscienza civile. Derna, attivista del PCI e donna sola come Antonietta, sua cugina Rosa e il marito Alcide assieme ai figli, il maestro e il preside della scuola accolgono Amerigo con affetto e gentilezza. Fanno in modo che si integri velocemente. Per la gente del posto la solidarietà non è elemosina. È condivisione con chi non ha nulla. È molto più di un’idea politica. È la convinzione che sia l’unico modo per mettere a posto le cose. È una fede. Libero dai crampi della fame, Amerigo può coltivare i suoi sogni, come quello di imparare a suonare il violino. Ma la felice residenza al Nord è a tempo determinato. Alcuni bambini vengono adottati dalle famiglie ospitanti, Amerigo invece è tra quelli che tornano a casa. E qui la Ardone è brava a raccontare la frattura interiore sofferta dal piccolo protagonista, conseguenza inevitabile e forse imprevista di un’iniziativa così lodevole come i Treni della Felicità. Una volta a Napoli, sarà impossibile dimenticare la vita nella campagna modenese. Il piccolo protagonista sceglierà di fuggire da sua madre per tornare a inseguire i suoi sogni. Nell‘ultima parte del romanzo, ambientata nel 1994, Amerigo ha più di cinquant’anni, parla un italiano corretto, ha preso il cognome di Derna, ed è un violinista affermato che gira il mondo per concerti. Questa parte è incentrata principalmente sul travaglio interiore del protagonista, che pur presentando alcuni punti ciechi porterà alla sua trasformazione finale, e risente maggiormente del tono senza picchi della Ardone, con un calo di tensione generalizzato. La circolarità del romanzo riporta Amerigo a Napoli per il funerale di sua madre Antonietta. Mentre visita i luoghi dell’infanzia, rimugina sul senso di colpa che lo ha reso un uomo solitario, restio a raccontarsi e privo di un vero senso di appartenenza, che lo accompagna da quando fuggì da Napoli per tornare a Modena. Amerigo si sente un traditore, uno che ha vissuto una vita

Recensioni letterarie senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: un Don Chisciotte a Milano

Recensioni senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: un Don Chisciotte a Milano

‌Il romanzo La Tempesta di Emilio Tadini è il resoconto straziante e commovente delle ultime ore di vita del vecchio Prospero, un uomo che ha perso tutto e si aggrappa alla pazzia per anestetizzare il dolore.    Forse fin troppo letterario nella forma, ma capace di osare nel contenuto, La Tempesta di Emilio Tadini è un romanzo del 1993 che attraverso le parole di un testimone diretto narra le ultime ore di vita del vecchio Prospero, commerciante di panni usati, assediato dalla polizia nella sua vecchia palazzina, alla periferia di Milano. La moglie è una delle tante vittime del marketing spirituale che promette la salvezza in luoghi esotici. Ha abbandonato Prospero per raggiungere un santone in India. La figlia, tossicodipendente schiava dell’eroina, ha fatto altrettanto imbarcandosi in un giro del mondo autodistruttivo. L’intimo di sfratto è l’ultimo inaccettabile sfregio a un’esistenza ridotta in frantumi. Al vecchio Prospero non resta che barricarsi tra le mura fatiscenti della sua palazzina, aiutato dal Nero, venditore ambulante di colore a cui ha dato rifugio. Il ruolo di voce narrante spetta al giornalista che riesce a farsi accogliere dal vecchio nella speranza di scrivere una storia da prima pagina che risollevi le sue sorti di cronista. Seduto in poltrona nella casa del vecchio, farà la sua deposizione sotto gli occhi attenti del commissario di polizia, tra nastri registratori che a stento riescono a contenere il racconto, e l’andirivieni di agenti indaffarati nei rilievi dopo che la tragedia ha avuto il suo epilogo. Recensioni letterarie senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: pro e contro Emilio Tadini, figura poliedrica e cruciale della cultura italiana del Novecento, ambienta il suo romanzo nella Milano che è ancora “da bere” nonostante sia già scoppiato il caso “Mani pulite”. Ma lo fa occupandosi dell’altra faccia della Capitale della Moda, quella delle periferie abitate da un’umanità fragile. La figura del vecchio Prospero è quanto di più lontano ci possa essere dai negozi di lusso in via Montenapoleone e dagli aperitivi nei locali di grido. La vita gli ha portato via gli affetti più cari e adesso vuole strappargli l’unica cosa che gli resta, la palazzina fatiscente che chiama “Isola”. I riferimenti del romanzo all’omonima opera shakespeariana sono evidenti. Ma il Prospero di Tadini non è un mago. Per sfuggire alla sua triste sorte ricorre all’unico incantesimo concessogli, quello della pazzia. Scelta drammaturgica nella quale è difficile non ravvisare un altro riferimento letterario, questa volta italiano. Eduardo De Filippo più volte ha messo al centro delle sue opere la pazzia -spesso simulata – come via di fuga da una realtà scomoda, inaccettabile, e allo stesso tempo in grado di smascherare le meschinità nascoste come polvere sotto il tappeto nel mondo dei sani di mente. Il giornalista, accompagnato da Prospero in una visita guidata della palazzina malridotta, si accorge fin da subito che il suo Virgilio ha perso la brocca. Il tour è un lento inabissarsi nell’inferno mentale dell’anziano. Come un novello Don Chisciotte, Prospero trasfigura la miseria racchiusa nella sua magione. Ogni stanza, ogni angolo, attraverso la lente deformante della pazzia, diventa l’allegoria di una mancanza, di un desiderio irrealizzabile, di una speranza ancora viva. Allucinazioni necessarie per sopravvivere alla realtà dolorosa di chi ha perso tutto, anche sé stesso. Gli animali spelacchiati che vegetano in cortile, ridotti allo stremo delle forze, diventano con la forza dell’immaginazione una collezione aristocratica di animali esotici. Lo scantinato, dove abiti femminili ormai lisi sono sospesi a un filo come fantasmi, diventa l’ipogeo dove celebrare il culto del femmineo perduto; la montagna di stracci logori, buttati per terra, è un ossario di ricordi, un’antologia di storie che Prospero s’incarica di custodire in memoria del passato. La stanza di sua figlia, apice del dolore, con le foto appese al muro come ex voto di un santuario che documentano il processo di autodistruzione intrapreso dalla ragazza, è per il padre la cappella votiva dove nutrire la speranza che lei ritorni a casa. Il racconto-deposizione del giornalista oscilla come una nave nella tempesta tra l’orrore e la compassione. Da cronista e testimone diretto riporta per filo e per segno i filosofeggiare delirante di Prospero. L’enfasi dei ragionamenti di una persona mentalmente disturbata è resa in prosa dall’impiego sistematico, e per questo a volte eccessivo, delle inversioni sintattiche. Scelta stilistica che consente a Tadini di mantenere un tono colloquiale che risulti solenne e poetico anche per le farneticazioni logorroiche di un pazzo. Ma il tono di Prospero è lo stesso del giornalista e del commissario, tanto che in alcuni casi si fa fatica a distinguerli e sembra di ascoltare la stessa persona. Tutti e tre, compreso il vecchio, sono assidui frequentatori di letture importanti. Sembrano le teste di una creatura tricefala, chiamate a condividere gli stessi tormenti, gli stessi dubbi, gli stessi insuccessi. Tutti filosofeggiano nel romanzo di Tadini. Finanche il Nero, che difende l’isola del vecchio a colpi di fucile sparati in aria per tenere lontana la polizia. E intanto il giornalista, raccontando i fatti accaduti nella palazzina, sarà costretto ad ammettere a sé stesso la riuscita mediocre di uomo e cronista, riflessa come da uno specchio dal tracollo psicologico di Prospero. La visionaria incalzante deposizione andrà avanti fino al tragico epilogo, ricca di dettagli, di sfumature, di digressioni personali, incupita dall’orrore nascosto dietro le allucinazioni del vecchio, e illuminata da bagliori di verità che solo i pazzi sanno irradiare, quando tornano a guardare il mondo, abbandonando per un attimo la bolla nella quale sono prigionieri.   Testi di Michele Lamonaca Riproduzione riservata 

Il viaggiatore del giorno dei Morti di Simenon: un coro magistrale di “lupi e pecore”

Il viaggiatore del giorno dei Morti di Simenon: un coro magistrale di “lupi e pecore”

Simenon nel romanzo ‘Il viaggiatore del giorno dei Morti’ racconta lo scontro tra il giovane Gilles e la borghesia famelica di La Rochelle     Pubblicato nel 1941, Il viaggiatore del giorno dei Morti è un “romanzo duro” di Simenon. Un romanzo di formazione che ha come protagonista il diciannovenne Gilles. Dopo aver girovagato per l’Europa assieme ai genitori, il ragazzo sarà chiamato ad affrontare il mondo spietato degli adulti, che il ricco Babin divide in “uomini e pecore”. Magrissimo e dinoccolato, Gilles sbarca nel porto di La Rochelle alla vigilia del giorno dei Morti. Immerso nella nebbia giallastra della banchina, ignora il rispetto e il timore che gli abitanti della ricca cittadina di mare dedita al commercio tributano al suo cognome. Non sa ancora d’essere l’unico erede di un’immensa fortuna. Quella accumulata dallo zio Octave Mauvoisin, uomo d’affari cinico e spietato. Ma lo scoprirà subito, il giorno dopo il suo arrivo. A questo punto la fortuna sembra finalmente irrompere nella vita del giovane Gilles che ha perso da poco i genitori, entrambi artisti nei circhi e nei teatri di varietà, morti asfissiati in un albergo di Trondheim dalle esalazioni di monossido della stufa. Oltre all’azienda di autotrasporti e alle quote azionarie delle aziende più importanti della provincia, erediterà degli incartamenti molto speciali. Documenti compromettenti, prove inconfutabili con cui lo zio Octave teneva sotto scacco rivali e politici, rei impuniti di colpe ignominiose. Un mucchio di avidi ipocriti, riuniti nel famigerato “Sindacato” per far quadrato contro chiunque provi a intralciare i loro affari. Faranno lo stesso con Gilles cercando di circuirlo, sicuri della sua ingenuità e inesperienza. Ma Gilles non è un allocco e quando decide di allontanarli, proveranno a sabotare il suo impero economico. Per nulla intimorito, il ragazzo accetterà lo scontro e allo stesso tempo dovrà far chiarezza nel suo giovane cuore dibattuto tra l’infatuazione per una ragazza del posto e l’amore inconfessabile per la giovane sposa del defunto zio Octave. Il viaggiatore del giorno dei Morti di Simenon: pro e contro Simenon, con la maestria del grande giallista quale è, aumenta la tensione con una vicenda giudiziaria che metterà nei guai prima l’amante e poi la stessa vedova Mauvoisin sui quali pende l’accusa di omicidio. La penna dello scrittore belga racconta con ironia e realismo la vita brulicante nelle strade nebbiose di Rochelle. Alla stregua di un pittore di consumata esperienza e grande talento, gli bastano poche pennellate per materializzare negli occhi del lettore vizi e virtù della borghesia alta e piccola. Gli bastano un gesto, una smorfia, ma anche un dettaglio dell’abbigliamento per scolpire con l’accuratezza di un cesellatore l’indole dei personaggi. Ma Simenon sa bene che la loro caratterizzazione passa anche e soprattutto attraverso la parlata. Ed ecco che con grandissima abilità ci regala una variazione diastratica degna di uno splendido coro a più voci, il gioiello nascosto tra le righe del romanzo per raccontare il microcosmo borghese affaccendato nelle strade di La Rochelle. Simenon riproduce con magnifico realismo il tono viscido e lascivo di Babin, ricco imprenditore dedito ai piaceri della tavola e della carne. Con la stessa facilità tiene conto della sfrontatezza e della superficialità con cui si esprime un giovane perdigiorno, cugino di Gilles, che ha come unica missione quella di sperperare denaro nelle bettole e sui tavoli da gioco. Questi sono solo due esempi della varietà di voci che anima e colora il romanzo. Ma lo scrittore belga non si ferma qui. Con un’invenzione efficacissima riassume il pomposo, vacuo e cerimonioso conversare dei borghesi arrivando a stilizzarlo e a esemplificarlo più volte quando usa le virgolette del discorso diretto per racchiudere frasi cariche di formule solenni e di cortesia, tra le quali è necessario rovistare per cavarne fuori le informazioni che davvero contano. Le frasi sono spezzate a metà dai punti di sospensione, che simboleggiano perfettamente l’inutile prolissità dei ragionamenti da cui sono state estrapolate. Con mano sicura, Simenon ingarbuglia e sbroglia l’intreccio, che procede sicuro come un treno nella notte, sulle note di una prosa che ha l’eleganza di un abito da sera e la precisione del bisturi. Gilles affronterà in tempi stretti un percorso di maturazione che lo porterà a scegliere tra una vita agiata ma prigioniera dei soldi e l’esistenza libera degli artisti, già assaporata assieme ai genitori, trascinandoci in un viaggio avvincente tra vizi e virtù di un’epoca risalante alla metà del secolo scorso che condivide con la nostra molto più di quanto si possa immaginare.   Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata 

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Il gioco di Gerald di Stephen King

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Il gioco di Gerald di Stephen King

Il gioco di Gerald di Stephen King è un viaggio nelle sinapsi di Jessie, la protagonista del romanzo. Un’opera tagliente e sofisticata contro il dogma del maschiocentrismo. Pubblicato nel 1992, Il gioco di Gerald di Stephen King è un viaggio nelle sinapsi di Jessie, la protagonista del romanzo. Tra le abilità dello scrittore americano, c’è senza dubbio quella di dissezionare la psicologia dei personaggi con la stessa abilità di un medico legale alle prese con un corpo senza vita. Nella costruzione del personaggio Jessie Mahout, moglie dell’avvocato Gerald Burlingame, King offre un esempio superbo di questa sua capacità. Le voci di dentro che si affollano nella mente di Jessie sono tante quanti i tratti della sua personalità. Suggeriscono, ammoniscono, si scontrano tra loro orchestrando un contrappunto sempre più drammatico. La Brava Mogliettina Burlingame è una donna senza spina dorsale. È la Jessie che ha rinunciato al gratificante lavoro di insegnante su richiesta del marito per meri motivi fiscali, sprofondando nell’apatia di una vita agiata. Ruth Neary è la compagna del college che si fa portavoce della Jessie insofferente al conformismo e alle ingerenze del marito. Frugolino è la Jessie bambina in camicia da notte molestata dal padre quando aveva solo dieci anni. Soprattutto queste tre, assieme alla altre “voci ufiche” alloggiate nella mente della protagonista, assisteranno Jessie, ognuna a suo modo, come navigatrici e copilote nella corsa contro il tempo che scatta quando il gioco erotico voluto da Gerald prenderà la forma di un incubo. Una gara di velocità che ha come premio la salvezza dalla morte per inedia, disidratazione, pazzia e dalle altre inimmaginabili tragiche eventualità che possono strappare la vita a una donna prossima ai quarant’anni, ammanettata a letto, nella casa al lago isolata dal resto del mondo, in compagnia del cadavere senza vita del marito. Il gioco di Gerald di Stephen King: pro e contro La mente di Jessie è come un’auto da rally, con a bordo le “voci ufiche”, lanciata all’impazzata su un percorso disseminato di ostacoli micidiali. Cambi di direzione così repentini da stravolgere le convinzioni più profonde, rettilinei talmente estenuanti da mettere a dura prova la stabilità mentale, curve a gomito che nascondono ricordi angoscianti e presenze inquietanti. Rendere conto del dissesto sia mentale che fisico scatenato dalla trappola in cui si ritrova Jessie, mantenendo sempre alto l’interesse del lettore, richiede grande controllo della scrittura. Controllo che King a tratti, nelle prime pagine del romanzo, sembra perdere di vista. La storia parte con fatica, non carbura subito. A volte il rimuginio della protagonista si avvita così tanto da risultare di difficile comprensione. Ma una volta preso l’abbrivio, King procede spedito e sicuro tra i ricordi, le paure e le soluzioni escogitate da Jessie per trarsi in salvo, sebbene in alcuni casi i battibecchi tra le voci interiori appaiano ridondanti. Altro aspetto rimarchevole è come King sappia vestire i panni del neuroscienziato, tenendo traccia scrupolosa del dialogo inesauribile tra sentimenti, sensazioni e biochimica del corpo umano. L’eclissi solare totale del 20 luglio 1963 incombe costantemente come uno spauracchio. Il sole che si spegne è il simbolo dell’oscurità piombata nella vita di Jessie in quello stesso giorno, quando subì le molestie sessuali di suo padre Tom. Simbolo presente nel romanzo Dolores Claiborne, che in origine, con Il gioco di Gerald, avrebbe dovuto formare un’opera unica. Di qui la spiegazione, rimasta inevasa nel romanzo, della visone telepatica che Jessie ha durante l’eclissi. La donna che vede inginocchiata davanti alle assi spezzate di un pozzo è proprio Dolores, anche lei costretta a vivere un momento terribile mentre il sole in alto si riduce a uno spaventoso buco nero. Jessie, debilitata dalla mancanza di acqua e cibo, combatte per salvarsi la vita, ma le riesce sempre più difficile distinguere la veglia dal sonno, lo stato cosciente dal sogno. Mentre lo stato allucinatorio si aggrava, nella camera da letto che è diventata la sua prigione avvertirà una presenza oscura. Una “forma”, immobile, silenziosa, terrificante. Jessie vacillerà pericolosamente sull’orlo della pazzia. La verità celata dietro la presenza minacciosa supererà ogni immaginazione, imponendo alla storia uno snodo narrativo imprevedibile e altrettanto agghiacciante. Il gioco di Gerald, che appartiene alla cosiddetta Trilogia delle donne di King assieme ai romanzi Dolores Claiborne e Rose Madder, è un’elegante messa in scena dei danni inflitti al libero sviluppo delle donne dalla cultura maschiocentrica, un’interferenza costante che infetta la psiche dei due sessi. Il risultato è un rapporto di subalternità della donna rispetto all’uomo talmente pervasivo da essere scambiato per un dogma. Imprigionate in questa dipendenza le donne inventano e si addossano colpe inesistenti per non ammettere che il vero orco è l’uomo che hanno difronte; rinunciano alla realizzazione personale per stargli accanto; non vengono ascoltate, specie quando le loro parole mettono in dubbio o sovvertono le convinzione del maschio. Jessie accetta il gioco erotico non tanto per piacere personale quanto per soddisfare suo marito, ma quando gli dice chiaramente che non ne ha più voglia, Gerald non l’ascolta, finge di non capire, e prosegue materializzando il pericolo di stupro. Questo è solo uno dei tanti momenti che spingono Jessie a prendere coscienza delle menomazioni che le hanno inflitto gli uomini più importanti della sua vita e che fanno di questo romanzo una denuncia tagliente e  sofisticata del maschiocentrismo.   Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata   

Libri nel mondo, cosa leggono i Francesi: la regina di Francia è americana

Libri nel mondo, cosa leggono i Francesi: la regina di Francia è americana

Impressionante strapotere della McFadden con i suoi thriller casalinghi, poi spazio a un totem nazionale come Asterix e alle voci più incalzanti dell’estrema destra. Ecco cosa leggono i francesi. Tra dati di vendita e classifiche si rimane a bocca aperta difronte al successo che la scrittrice americana Freida McFadden, che tra l’altro è uno pseudonimo, sta riscuotendo in terra francese, dove nel 2024 il suo romanzo The Housemaid ha venduto la bellezza di 603 mila copie. La Femme de ménage, come da traduzione francese, è solo il primo di un ciclo che oggi conta altri tre romanzi, tutti incentrati sulla figura di Millie, giovane donna con un passato travagliato, che dopo aver perso il lavoro in seguito a un incidente, si reinventa governante finendo per lavorare in famiglie benestanti e apparentemente felici, che in realtà nascondono segreti agghiaccianti. Sempre in riferimento al 2024 si calcola che tutti i titoli tradotti dell’autrice fino a quel momento, ovvero i primi tre tomi della serie La Femme de ménage più il romanzo La psy (Never lie), abbiano venduto in Francia 1,9 milioni di copie e che attualmente le vendite per l’autrice americana procedano al ritmo di 50.000 copie a settimana. Numeri impressionanti per la McFadden che è riuscita ad imporsi in uno dei mercati librari più importanti d’Europa. Secondo la Federazione degli Editori Europei (FEP) nel 2024 la Francia è il terzo mercato per fatturato dietro Germania e Regno Unito. In base ai dati raccolti dalla GfK Entertainment, nello stesso anno in Francia sono state vendute 315 milioni di copie, escludendo libri scolastici, l’usato, gli e-book e la piccola editoria non tracciata. Rispetto al 2023, l’intero comparto ha segnato una flessione del 3,1%. Nulla di preoccupante per il Sindacato Nazionale dell’Editoria (SNE), almeno per il momento, poiché il fatturato rimane superiore a quello del 2019, l’anno pre-COVID utilizzato come termine di paragone nello studio delle vendite. Vendite trainate dal successo di romanzi rosa, gialli e tascabili. Nel 2024 la letteratura ha visto i suoi ricavi aumentare del 5,7%. Nella Terra dei Lumi rimane quindi il settore editoriale principe con una quota di mercato del 24%, davanti a graphic novel, fumetti e manga (16%) e libri per bambini (13,4%). A seguire scienze umane e sociali (12,6%), libri pratici (12,4%) e dall’editoria educativa (10,6%). Cosa leggono i Francesi, la classifica più recente: strapotere McFadden, soffia forte il vento dell’estrema destra Nella classifica generale del 2024 la McFadden si è piazzata prima con La Femme de ménage, mettendosi alle spalle il romanzo storico La sage-femme d’Auschwitz di Anna Stuart, e poi Un animal sauvage e Angélique, due thriller scritti rispettivamente dallo svizzero Joël Dicker e del francese Guillaume Musso, entrambi maestri del genere.   Visualizza questo post su Instagram   Un post condiviso da Freida McFadden (@fmcfaddenauthor) L’ultima classifica dei libri più venduti, che va dal 27 ottobre al 2 novembre 2025, conferma lo strapotere della McFadden, che ormai si fa dilagante. Nella top ten la scrittrice americana si piazza con la bellezza di sei titoli, occupando seconda, terza e quarta posizione, e poi sesta, ottava e nona. A strapparle la prima posizione è il fumetto Asterix in Lusitania, volume numero 41 della storica striscia ideata da René Goscinny e Albert Uderzo, orgoglio nazionale che tiene alto l’onore della Franca difronte all’invasore straniero. Un fenomeno che ha sbalordito anche Karine Forestier, traduttrice francese della McFadden. “Il successo supera qualsiasi cosa abbia mai sperimentato altrove”, ha raccontato in un’intervista. “Nessuno se lo aspettava, e nemmeno io”, confessa la Forestier che di thriller ne ha tradotti parecchi. Ma questo “molto più velocemente” perché “dal punto di vista stilistico, è letteratura aeroportuale”. La McFadden in quanto neurologa, osserva ancora la Forestier, “capisce come funzionano la frustrazione, l’impazienza e poi la ricompensa“. Abilità che si tramuta in elementi narrativi accattivanti, pieni di snodi e colpi di scena. Con l’aggiunta di una scrittura semplice la scrittrice americana ha sfornato un ricetta vincente, dato che “molte persone che di solito non leggono ne sono affascinate”. Anche il marketing editoriale, tempestivo e avveduto, ha reso possibile questo miracolo letterario. The Housemaid, pubblicato nel 2022, è stato tradotto in francese nel gennaio 2023 e promosso anche in formato tascabile nella seconda metà del 2023. A questo si è aggiunto un fattore ormai non più trascurabile, il passaparola sui social, leva potente che in un click può rendere virale qualsiasi prodotto. TikTok, Instagram e blog di lettura hanno fatto da cassa di risonanza spedendo per direttissima la McFadden in cima alle classifiche d’Oltralpe.   Visualizza questo post su Instagram   Un post condiviso da Jordan Bardella (@jordanbardella) Gli altri due libri che completano la top ten più recente dimostrano quanto il vento di estrema destra stia soffiando forte in terra francese. Al quinto posto troviamo Ce que veulent les français di Jordan Bardella, eurodeputato e presidente del Rassemblement National, ex Front National, partito fondato da Jean-Marie Le Pen. Bardella, di chiare origini italiane, ha solo 30 anni ma ha già un consenso schiacciante all’interno del partito, che lo vede come candidato ideale alle prossime presidenziali. Vederlo salire all’Eliseo non è affatto un’eventualità lontana. Gli ultimi sondaggi danno il Rassemblement National come primo partito di Francia con il 32% delle preferenze, mentre il Nuovo Fronte Popolare, l’alleanza dei partiti di sinistra, è dato al 25%. Dopo il grande successo ottenuto con il suo primo libro Ce que je cherche, che ha venduto oltre 230 mila copie, Bardella è tornato in libreria con un raccolta di memorie, “un vero e proprio diario intimo di una Francia laboriosa, umile e spesso silenziosa”. La presentazione del libro riflette la visione nazionalista e sovranista di cui si è fatto portavoce. Per quasi un anno Bardella ha attraversato il Paese ascoltando persone di ogni estrazione sociale, riuscendo così a raccogliere “le loro lamentele, la loro rabbia profonda”. Il libro è “uno specchio che riflette un popolo dimenticato, la voce autentica di una Francia che le élite disprezzano e si rifiutano di ascoltare”. In decima posizione troviamo La messe n’est pas dite di Eric

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: I folgorati di Susanna Bissoli

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: I folgorati di Susanna Bissoli

Dopo una lunga pausa Susanna Bissoli torna al romanzo con “I folgorati”, opera che contiene la promessa non mantenuta di trattare con ironia la convivenza con un male terribile e le incomprensioni familiari.  Tra le promesse della sinossi e il contenuto dell’opera letteraria c’è una distanza incolmabile che lascia insoddisfatti. Pubblicato nel 2024, “I folgorati” è il ritorno alla forma romanzo di Susanna Bissoli, dopo tredici anni di silenzio. Un’opera che prende slancio da spunti autobiografici per trattare questioni ad alto dosaggio drammatico. Vera scopre una recidiva del cancro al seno, malattia che ha già colpito mortalmente la madre e altre donne della famiglia. Il padre Zeno si offre di ospitarla nella casa dove l’uomo vive solo da anni. La protagonista accetta. Tornare nella casa dove è cresciuta è un salto nel passato, nei ricordi di una vita precedente, mentre cerca di dare un senso a quella presente e futura, portandosi dietro il sogno mai sopito di diventare una scrittrice. Nel suo percorso di riavvicinamento a Zeno, Vera dovrà confrontarsi con la sorella minore Nora, la nipotina Alice, e Franco, un fidanzato incapace di starle accanto nei momenti più difficili. Come si sopravvive a una grave malattia, le incomprensioni familiari e più nello specifico la necessità di riallacciare con un genitore i rapporti deteriorati dalla distanza sono i temi centrali della storia. Questioni che bastano e avanzano per incorrere in un melodramma strappalacrime se manca l’accortezza di un punto di vista originale che alleggerisca e allontani la trama dalle secche di una tediosa cronaca del dolore. I folgorati di Susanna Bissoli: pro e contro Per riuscire nell’impresa non può bastare il potere taumaturgico della scrittura che ammalia Vera e suo padre Zeno. Serve uno strumento molto più potente, l’ironia, risorsa imprescindibile e dono dell’intelletto per superare i momenti più funesti. Infatti la sinossi annuncia “un romanzo dalla grazia rara che sa tenere insieme il riso e il pianto, perché l’ironia è la chiave di tutte le salvezze”. Una promessa non mantenuta. La voce narrante di Vera, anche nelle scene che dovrebbero risollevare l’animo dei protagonisti e del lettore, trasmette una sensazione di distacco. A volte sembra di ascoltare un estraneo che osserva le vicende dall’esterno facendo attenzione a non farsi coinvolgere più di tanto. L’uso della paratassi, di frasi brevi che sembrano sospese nel vuoto come oggetti in un quadro di Magritte, aumenta la neutralità di Vera e complica l’empatia tra lettore e protagonista, che stenta a decollare avverandosi di rado. È un “susseguirsi di dialoghi intensi, esilaranti, veri” annuncia ancora la sinossi, centrando in parte un aspetto rilevante del romanzo. Susanna Bissoli dà larghissimo spazio ai dialoghi, dimostrando grande abilità nel costruirli e nel renderli credibili. Ma di esilarante c’è poco o nulla, salvo considerare come tale la parlata in dialetto veneto di Zeno, che sarebbe come dire che le commediole cinematografiche di adesso fanno ridere perché i personaggi si rimbeccano parlando in romanesco. I folgorati sono i sopravvissuti alla scarica di un fulmine. Dal quel momento sanno e sentono di non essere più gli stessi, e che la scarica elettrica ha lasciato il segno. Metafora azzeccata dei sopravvissuti a una malattia potenzialmente mortale, che però rimane accennata, poco esplorata pur contenendo il seme di una visione più corale e utile a sdrammatizzare. Ma l’umorismo, almeno in questo caso, non sembra appartenere alla Bissoli. Il mondo raccontato dall’autrice appare asettico come una stanza d’ospedale, rigido come una serata invernale, e nell’insieme la lettura procede fino alla fine con pochi sussulti che lasciano il segno. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata 

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Spilli di Greta Olivo

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Spilli di Greta Olivo

Il romanzo “Spilli, pubblicato nel 2023, segna l’ottimo esordio della giovane Greta Olivo. Trattandosi di un’opera prima, sorprende la sicurezza con la quale la scrittrice maneggia gli attrezzi del mestiere. Livia vive a Roma in una famiglia sana, felice. È un talento dell’atletica, giovanissima, con due occhi azzurri che incantano, ma si vergogna degli occhiali. Soffre di una miopia che peggiora a ritmo serrato. Un segno che desta preoccupazione. Sulla famiglia di Livia aleggia l’ombra dell’ereditarietà legata a una malattia degenerativa che non lascia scampo e che ha colpito il nonno della ragazzina. In campeggio il desiderio di sostituire gli occhiali troppo spessi con le lenti a contatto rubate all’amica della madre le provoca una brutta congiuntivite, un problema risolvibile con i medicinali. Ma durante la visita medica arriva una seconda diagnosi, inattesa e implacabile: retinite pigmentosa. La paura covata in silenzio diventa realtà. Livia è destinata a diventare cieca, è solo questione di tempo. Spilli di Greta Olivo: pro e contro La scrittura di Greta Olivo bada al sodo, con una prosa senza manierismi, priva di passaggi forzatamente letterari. La storia è raccontata in prima persona da Livia. Scelta coraggiosa della scrittrice esordiente perché richiede grande padronanza nella caratterizzazione della voce narrante. Una sfida vinta dalla Olivo grazie alla paura condivisa con la protagonista. Anche lei ha convissuto con il timore di perdere la vista, come è accaduto a suo nonno, e ha quindi sfruttato questa sua esperienza come base di partenza per il romanzo. Al liceo la vista di Livia peggiora. Macchioline scure e tonde come teste di spilli invadono progressivamente il campo visivo della ragazzina. La Olivo ci aiuta a vedere con profonda compenetrazione ed efficace realismo come cambiano i gesti quotidiani e cosa può accadere nell’animo quando la funzione sensoriale più importante si spegne lentamente, nell’attesa angosciante che scompaia del tutto. Livia vivrà un periodo di scoramento, costretta a rinunciare a gran parte delle esperienze che le sue coetanee possono e devono concedersi. Decide di iscriversi in un centro riabilitativo dove s’impara a leggere il Braille e a camminare con il bastone. Qui incontra un istruttore anche lui ipovedente, che la prenderà in custodia insegnandole tutto ciò che serve per muoversi in autonomia nel buio. Per Livia ha inizio un percorso tormentato di consapevolezza e rinascita. Il risultato è un romanzo di formazione che avvince e convince, in cui la protagonista affronta una prova durissima, innanzitutto con sé stessa, rammentandoci che c’è luce anche nella peggiore delle oscurità.   Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Dolores Claiborne di Stephen King

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: Dolores Claiborne di Stephen King

Dolores Claiborne di Stephen King è la confessione accorata e travolgente di una donna che ha combattuto con i denti per difendere sé stessa e i suoi tre figli, arrivando a commettere un crimine efferato.     Come può un lettore non innamorarsi di Dolores Claiborne, donna prossima ai sessantasei anni, forte, intelligente, e talmente coraggiosa da dire sempre ciò che pensa. Il romanzo di Stephen King che porta il nome della protagonista è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 e appartiene alla cosiddetta “Trilogia delle donne” con “Il gioco di Gerald” e “Rose Madder”. Dolores parla come mangia. Usa un linguaggio popolare, a volte simpaticamente triviale. Non azzecca un congiuntivo e un condizionale nemmeno per sbaglio. Ma non le fanno difetto intelligenza, sensibilità e ironia che trovano forma in una gragnuola di paragoni e analogie irresistibili per sagacia e creatività. Ascoltarla è un’esperienza avvincente. Una fortuna per i due sbirri accompagnati da una giovane stenografa, che hanno il compito di raccogliere la sua deposizione. Dolores è sospettata di aver ucciso Vera Donovan, donna estremamente ricca per la quale ha lavorato come governante fino al giorno della sua dipartita. Il romanzo è il racconto in prima persona della vita Dolores. Anzi, una confessione e uno sfogo necessari per dimostrare la sua innocenza e per togliersi dallo stomaco un rospo impossibile da digerire Dolores Claiborne di Stephen King: pro e contro King possiede un’abilità disarmante nell’inventare similitudini e metafore, attinenti al contesto diegetico come quadri di una casa abbinati perfettamente al resto dell’arredo. Attraverso la voce di Dolores Claiborne da sfoggio del suo talento con prodigalità torrenziale. Una voce che non ammette intrusioni. King abolisce fin dal principio il diritto di parola dei due poliziotti. I loro interventi e le loro domande si possono solo intuire indirettamente, attraverso le risposte della protagonista. Dolores quasi ammutolisce quelli che dovrebbero metterla sotto torchio, in nome della sua età e in virtù del fatto che conosce entrambi da quando riempivano i pannolini e avevano il moccio al naso. Fin dall’inizio la protagonista si prende la scena e non la molla più per dar fondo alla confessione di una donna che ha combattuto strenuamente per difendere sé stessa e suoi tre figli. Sull’isola di Little Tall, altra creazione di King piazzata manco a dirlo a poche miglia dalle coste del Maine, le mogli sono appendici di mariti ubriaconi e frustrati. Accettano il ruolo di vittime sacrificali; incassano in silenzio maltrattamenti e percosse che nella comunità isolana più che indignazione sollevano pettegolezzi. Ma Dolores non è tipa da farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Nemmeno dal suo Joe, sposato troppo in fretta quando erano poco più che adolescenti, per abbandonare il nido familiare e provare l’ebbrezza della libertà. Dolores confessa subito ai due poliziotti quello che tutti sull’isola sospettavano. È stata lei a uccidere suo marito. E da quel momento parte un racconto indimenticabile. Un trattato sulla condizione della donna nella provincia americana, impreziosito dal rapporto di odio e amore con la ricca bisbetica Vera Donovan, anche lei custode di un tragico segreto. La narrazione si  tinge di mistero per gli eventi che si verificheranno prima e dopo l’assassino di Joe, messo in atto durante l’eclissi solare totale del 20 luglio 1963, evento astronomico realmente avvenuto, che di per sé è già inquietante. La trama registra quello che in apparenza sembra un passo falso di King, e un episodio che trova spiegazione nella genesi del romanzo. La salma di Joe non può stringere tra le mani un lembo della sottoveste di Dolores, perché lo strappò è avvenuto prima che l’uomo tentasse disperatamente di salvarsi. Ma alcuni esegeti del Maestro sostengono che si tratti di un scelta deliberata per sollevare dubbi sulla memoria di Dolores. Poi c’è la visione telepatica della bambina che cerca i suoi vestiti sotto il letto, momento che ha la verosimiglianza palpabile di una trasmigrazione corporea. La visione rimane senza spiegazione, ma è collegata al romanzo “Il gioco di Gerald” che assieme a “Dolores Claiborne” avrebbe dovuto dar vita a un’unica opera, in quelle che erano le intenzioni iniziali di King. Per il resto ci troviamo difronte a uno lavoro che a ragione può essere considerato tra i migliori dello scrittore statunitense. Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata 

Brevi recensioni letterarie, senza sconti: L’ora di greco di Han Kang

Brevi recensioni letterarie, senza sconti L'ora di greco di Han Kang

Il romanzo ‘L’ora di greco’ della scrittrice coreana Han Kang è un’opera carica di lirismo che affronta un tema inesauribile e altrettanto centrale: il linguaggio come straordinario strumento di conoscenza e come terribile riflesso della nostra vulnerabilità.   Un uomo e una donna di cui non sapremo mai il nome. Due esistenze che fuggono via come rette parallele, destinate a incrociarsi solo ed esclusivamente nel corso della lezione di greco antico, in un’accademia privata di Seul. Lui, il docente, ha gravi problemi alla vista ed è destinato a diventare cieco. Lei, l’allieva, è un’ex insegnante afflitta da mutismo psicogeno. Il tema centrale del romanzo ‘L’ora di greco’, pubblicato per la prima volta nel 2011, è il linguaggio, con i suoi benefici e le sue controindicazioni. Han Kang stessa lo ha definito “quasi un lieto fine” del romanzo ‘La vegetariana’. Per mezzo dei due protagonisti la scrittrice coreana, premio Nobel nel 2024, da fondo a una dissertazione sulla facoltà cognitiva che assieme al pensiero fa degli esseri umani ciò che sono, distinguendoli nel regno animale. L’ora di greco di Han Kang: pro e contro La costruzione letteraria non rinuncia alla corporeità dei due protagonisti. Ma assieme all’argilla, la loro creatrice usa in sovrabbondanza un registro altamente lirico che accompagna riflessioni fin troppo cerebrali, limitando l’autenticità dei personaggi. Procedendo nella lettura l’impressione è che alla Kang dei protagonisti, lasciati non a caso senza nome, interessi principalmente ciò che rappresentano, ovvero le sfaccettature del nostro rapporto con il linguaggio. Scelta che priva il romanzo di una vera e propria trama, motore propulsivo di qualunque storia. Un’assenza che si fa sentire e che costa fatica mentre si procede attraverso ricordi e riflessioni, che pure contengono splendide epifanie sul legame magico che unisce la materialità del suono e del segno grafico al significato. Lui ha lasciato la famiglia per tornare in Corea del Sud, dove ha vissuto l’infanzia prima di essere costretto suo malgrado a trasferirsi in Germania. La lingua madre, quindi il linguaggio, per il protagonista maschile è il ritorno all’infanzia nella sua vera patria dove non è più uno straniero dall’accento incomprensibile; è il senso di appartenenza come antidoto contro la solitudine e l’emarginazione; è il riappropriarsi di un’esistenza spaccata in due. Lei, fin da bambina, ha mostrato un’alta sensibilità verso il linguaggio, sviluppando con questi un rapporto nevrotico che già al liceo le ha causato un episodio di mutismo psicogeno da cui si è tratta in salvo attraverso una lingua straniera, il francese. La maturità ha portato con sé la morte della madre e il mancato affidamento del figlio strappatole via dal marito. Due traumi che l’hanno rituffata in un abisso di silenzio. Tra le strade umide, maleodoranti e rumorose di Seul, sembra muoversi in una campana di vetro. Ha perso le parole che servono a dare un nome alle cose, a scrivere il monologo interiore che serve a tutti noi per elaborare gli accadimenti. I ricordi e le immagini che corrono nelle mente perdono senso e contesto. Diventano frammenti slegati. Le relazioni interpersonali si fanno impossibili. Le emozioni si staccano dal corpo come pittura scrostata dai muri. Sceglie il greco antico nella speranza che risulti medicamentoso come all’epoca lo fu il francese. Sceglie una lingua che le è completamente estranea e quindi incapace di trascinarsi dietro il passato. Una lingua vergine, metafora di un nuovo inizio. L’incontro con l’insegnante, altrettanto vulnerabile a causa della cecità imminente, rivelerà il linguaggio come terreno d’incontro con l’altro, strumento di scambio e comprensione reciproca in grado di lenire i dolori che la vita riserva senza via di scampo. Lungo il percorso la scrittura lirica della Kang si fa man mano sempre più poetica nello stile e anche nell’impaginazione del testo. Cosa che non deve sorprendere perché la scrittrice coreana inizialmente si è fatta conoscere per i suoi versi. Un ritorno alle origini per la Kang, forse il suo modo di superare definitivamente il blocco dello scrittore, sofferto dopo aver concluso ‘La vegetariana’.   Testo di Michele Lamonaca Riproduzione riservata