Un tranquillo weekend di paura di John Boorman inquieta e ammalia a più di cinquant’anni dalla sua uscita perché evoca verità profonde che preferiamo evitare.
Pochi film hanno il potere di parlare direttamente alla nostra parte ancestrale, mentre sonnecchia nell’amigdala come un serpente sotto la roccia scaldata dal sole. Un tranquillo weekend di paura del regista inglese John Boorman, uscito nel 1972, appartiene a questa categoria di opere cinematografiche che possiamo definire disturbanti proprio perché in grado di risvegliare la nostra parte animalesca, istintiva.

Le regole e le comodità della società civilizzata riescono solo a sedare gli impulsi primordiali. Ma a pensarci bene, il senso di incolumità che ne deriva è solo una pia illusione. È come una bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro, per un alito di vento, il dito curioso di un bambino, un ago di pino. Il film di Boorman è un pugno nello stomaco perché ci sbatte in faccia una verità che abbiamo dimenticato. La civiltà come la intendiamo oggi, strutturata in modo da prevenire la sopraffazione e punire i trasgressori, è delicata come una pianta rara. Ha bisogno di cure, attenzioni, affinché continui a germogliare e a fiorire.
Ma non è detto che basti. Le condizioni in grado sospendere lo Stato di diritto sono fin troppo facili a realizzarsi, anche in città, dove gli uomini nidificano con la certezza di essere al riparo. Basta incontrare la persona sbagliata, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, magari sulla strada di casa, a tarda sera, quando in giro non c’è più nessuno. In quell’attimo la protezione di forze dell’ordine, giudici e tribunali prende la forma di una promessa mancata. In una frazione di secondo si piomba in una dimensione arcaica, pre-sociale, del tutto simile allo “stato di natura” descritto da Hobbes nel Leviatano. Senza leggi, senza autorità “l’uomo è un lupo per l’uomo“. L’interesse personale si compie nello scontro con l’altro, l’istinto animalesco di sopravvivenza torna a ruggire, l’uso della violenza può rivelarsi l’unico mezzo necessario.
Ed è quello che accade ai quattro protagonisti di Un tranquillo weekend di paura. Ma non solo, perché esiste una minaccia superiore a quella dell’uomo sull’uomo: la natura, forza primordiale e indomabile che osserva con sguardo indifferente gli esseri umani mentre si affannano nel tentativo di dare un senso alla vita. L’umanità, nella sua infinita arroganza, vive nella convinzione di averla domata.
Ridurla a ornamento nelle città, a panorama o a strumento mediante le grandi opere ingegneristiche ci abitua alla sua presenza silenziosa, neutra. Eppure basta un evento climatico sopra la media, o un gesto avventato come accade nel film, per ritrovarsi impotenti al suo cospetto.
Un tranquillo weekend di paura tiene assieme la forza distruttrice degli elementi naturali e la rapacità dell’uomo verso i suoi simili una volta lontani dalla civiltà. Per questo motivo, a più di cinquant’anni dalla sua uscita, il film di John Boorman è ancora capace di affascinarci mentre ci disturba, risucchiandoci in un vortice di eventi fuori dall’ordinario.
Un tranquillo weekend di paura di John Boorman: il volto brutale di natura e uomo
Quattro uomini di città, appartenenti alla middle class, decidono di regalarsi un fine settimana sui monti Appalachi. Vogliono rompere la monotonia metropolitana e concedersi l’ebbrezza del rafting. Bobby (Ned Beatty) è un uomo d’affari arrogante, sempre in vena di battute derisorie. Poi c’è Drew (Ronny Cox), che si è portato dietro la chitarra da cui non si separa mai e che ha tutta l’aria dell’hippie idealista che a un certo punto ha messo su famiglia. Ed (Jon Voight), compassato e accanito fumatore di pipa, fa da mediatore tra l’incosciente superficialità dei primi due e la spericolatezza di Lewis (Burt Reynolds), ideatore della gita, motivatore e trascinatore del gruppo.
Il programma prevede la discesa in canoa delle rapide del fiume Cahulawassee in una vallata che presto sarà sommersa dall’acqua per la costruzione di una diga. Che i quattro stiano per cacciarsi in un grosso guaio è evidente fin dal principio. Nella prima mezz’ora Boorman è abilissimo nel disseminare segnali che annunciano qualcosa di terribile.

Mentre vanno i titoli di testa, si alternano le immagini della natura incontaminata e delle ruspe al lavoro per la diga, e ascoltiamo il discorso ecologista di Lewis. “Mi fa rabbia che nessuno si sia degnato di protestare“. Le sue parole trasudano rabbia, rancore, sembra quasi un fatto personale. Gli altri lo assecondano con toni più pacati e qualche battuta volta a stemperarne la foga. “A me dispiace, ma non ci faccio una malattia“, dice uno dei tre. E in effetti Lewis sembra mosso da un sentimento per certi versi insano. Canzona i compagni di viaggio che vogliono tornare in tempo per vedere la partita in tv. Esprime con chiarezza il suo disprezzo per la vita borghese. L’impressione che se ne ricava è che Drew, Ed e Bobby si siano fatti trascinare a loro insaputa in un gioco pericoloso. Dietro il fanatismo e l’irruenza di Lewis si intravede la ricerca di una rivalsa personale a fronte di una mancata realizzazione nella società civile che lui tanto disprezza. Non sono le premesse migliori per avventurarsi nella natura selvaggia.
Gli abitanti della zona, i montanari, vivono in baracche fatiscenti, circondate da rottami e rifiuti. Hanno denti marci, indumenti logori, volti irregolari, tendenti alla deformità, che evocano rapporti tra consanguinei, incestuosi. Si respira aria di degrado e depravazione. La fotografia di Vilmos Zsigmond amplifica la sensazione di decadenza e pericolo. La luce sottoesposta, più scura, più chiusa del normale, immerge le scene in un realismo ruvido. La natura non è idealizzata, ma opprimente e ambigua. Un’ombra inghiotte volti e ambienti evocando un senso costante di minaccia.
I montanari non vedono di buon occhio la gente di città. E più di una volta, volontariamente o meno, fanno suonare il campanello d’allarme che dovrebbe mettere in guardia i quattro amici sui pericoli della gita, sottolineando quanto siano sprovveduti. Dal canto loro i nuovi arrivati non risparmiano parole e atteggiamenti sprezzanti contro la gente del posto a cominciare da Bobby. “Io dico che qui finisce ogni civiltà, siamo ai confini dell’ignoto“, osserva appena sceso dall’auto, guardandosi attorno. Una frase ad effetto che si rivelerà fin troppo veritiera. “Tu non capisci proprio niente“, gli risponde un vecchio benzinaio dopo un apprezzamento questa volta non ironico sul cappello indossato dall’anziano. Parole sproporzionate rispetto alla premessa, tanto da riecheggiare come qualcosa di più di una semplice replica.
La celebre scena in cui Ed alla chitarra duetta con un ragazzo albino che suona il banjo ci illude che tra gli uomini di città e gli uomini di montagna ci possa essere un punto di contatto, che tra i due mondi ci possa essere reciproca comprensione. Ma è solo un abbaglio.
I quattro amici chiedono a una coppia di fratelli di portare le automobili a valle, dove si concluderà la discesa del fiume. “Una gita in canoa… perché volete andarvi a rompere le corna in quel fiume?“, osserva uno dei montanari. “Se ci entrate è certo che non ne uscite più, e vi pentirete amaramente“. Il monito del benzinaio in questo caso diventa esplicito. Lewis si mette a capo del convoglio per raggiungere il punto del fiume dove avrà inizio la gita. Guida in maniera spericolata, insensata, come se volesse dimostrare qualcosa agli altri, ma soprattutto a sé stesso.
Ed, spaventato, gli chiede se sa dove sta andando. “Ho visto sulla carta dov’è“, risponde Lewis un momento prima di svoltare in una stradina chiusa. Altro momento simbolico del film. Lewis, che fine a quel momento ha mostrato sicurezza e spavalderia, sbaglia strada, metafora dell’errore più grosso: essersi avventurato assieme agli altri in una terra sconosciuta. Eppure insiste nello scapicollarsi sullo sterrato. “Hai già perso la bussola? Quando vedi acqua che corre, quello è il fiume“, gli urla uno dei fratelli in tono sarcastico. Ma Lewis non ascolta. Continua a fiondarsi lungo la strada sotto le proteste di Ed al quale risponde: “Non hai lo spirito del pioniere“.
“Rallenta Lewis, non fare il fanatico!“, risponde Ed, portando alla luce in modo inconsapevole un’evidenza percepita dallo spettatore ma non dagli accompagnatori di Lewis il quale, più che dallo spirito ecologista, sembra mosso da un’ossessione. Dopo essersi lanciato a rotta di collo su una collinetta per guardare finalmente il fiume che in quel tratto scorre placido, dice: “Proprio vero, a volte bisogna perdersi per trovare qualcosa“. Parole che suonano finte, recitate per dar fiato a qualcosa che gli rode dentro, un misto di rancore e frustrazione.
Può avere inizio la gita. Bobby e Lewis sulla canoa di testa. Ed e Drew su quella di coda. Arrivano le rapide. La paura si mischia all’eccitazione. Lewis sprona, rimprovera, indirizza Bobby. Schivano scogli, superano sali e scendi, e urlano come fanno i cowboy mentre domano cavalli selvaggi, esultano quando il fiume si rasserena. “Abbiamo vinto, vero? L’abbiamo battuto“, dice Bobby. “No Bobby, ti sbagli, non si batte la natura“, osserva Lewis. Un’altra affermazione che troverà tragico riscontro nel proseguo della storia.

Adesso possono accamparsi. Lewis rimane in canoa, in compagnia di Ed. Pesca con un arco che ha la lenza incorporata. Dimostra di possedere una mira infallibile nel centrare i pesci con le frecce. E intanto porta fuori una parte della sua ossessione. “Le macchine cederanno e tutto il sistema crollerà, dovremo sopravvivere, chi sarà in grado di riuscirci?“. Una speranza distopica. Quasi non vede l’ora di tornare all’età della pietra. Dietro il rancore verso il “sistema” si percepisce la presenza di un fallimento personale, che si è trasformato in nevrosi.
Si accampano per passare la notte. Ed, Bobby e Drew parlano di sciocchezze, resi alticci dal whisky. Lewis non beve, si limita ad ascoltarli. Poi scatta in piedi. Ha sentito un rumore. Si allontana nella foresta. “Chi crede di essere, Tarzan o Superman?“, ironizza Bobby. “Conosce la foresta, questo bisogna ammetterlo“, risponde Ed. Drew la pensa diversamente: “Io non direi, nozioni apprese, ma non sentite, questo è il suo problema, vorrebbe inserirsi in questa natura ma non ci riesce“. I tre si ritrovano Lewis alle spalle e quasi prendono un colpo. Il fruscio rimane inspiegato. Ma adesso sappiamo con certezza che tre borghesi sprovveduti si sono lanciati in un’impresa più grande di loro, sconfinando in una dimensione che non gli appartiene al seguito di un survivalista allenato a sopravvivere in condizioni estreme, verso il quale Drew e Bobby nutrono antipatia.
Tutto è pronto affinché abbia inizio l’orrore, rimasto per ora allo stato di pura potenzialità, un’ombra che aleggia sulla foresta e sulla gente degli Appalachi. Ma non quello tutto effetti speciali e scene splatter dei film horror, bensì quello terribilmente reale che esplode all’improvviso quando gli uomini e la natura mostrano l’altra faccia della medaglia, la parte distruttiva che conservano in seno.
La canoa di Ed e Bobby distacca quella di Lewis e Drew. I due approdano a riva per riposarsi. Due montanari sbucano tra gli alberi. Hanno l’aria poco raccomandabile, uno di loro è armato di fucile. Ed e Bobby non leggono il pericolo. Si rivolgono ai due bifolchi con modi urbani, come farebbero in autogrill per chiedere a sconosciuti informazioni sulla strada. Basterà una parola fuori posto, l’accenno a distillerie clandestine, per finire in un incubo. Boorman ci regala una delle sequenze più inquietanti, violente e disturbanti della storia del cinema. Nella foresta la civiltà è distante anni luce, l’ordinamento giuridico è un sentito dire. I due bifolchi conoscono solo la legge del più forte e in suo nome possono esercitare qualunque violenza, anche quella sessuale. L’arrivo provvidenziale di Drew e soprattutto di Lewis, risoluto nel risolvere la questione con altrettanta violenza, metterà fine all’aggressione ma li caccerà in un nuovo incubo.
Bisogna decidere cosa fare del corpo senza vita di un aggressore. L’altro è riuscito a fuggire. Boorman scaraventa i quattro amici in un’altra situazione estrema, ponendoli difronte a un dilemma etico dilaniante. Seppellire il corpo sapendo che l’acqua sommergerà ogni cosa o denunciare l’accaduto, con tutte le conseguenze del caso? Sono chiamati a scegliere, agire e assumersi responsabilità divoranti, senza punti di riferimento morali certi. Drew si oppone alla prima evenienza. La sua voce riporta sulla scena le regole del vivere civile fino a quel momento calpestate. Lewis propone di decidere a maggioranza. Drew perde.
Seppelliscono il corpo e ripartono in canoa. Adesso dovranno affrontare la seconda minaccia. La natura, rimasta silente ma in agguato, chiede il conto della loro avventatezza. Il tratto di fiume più pericoloso inghiottirà uno di loro, forse suicidatosi per l’incapacità di reggere il senso di colpa, e ne ferirà gravemente un altro. Saranno chiamati a fare i conti con la presenza del secondo aggressore, frutto di suggestione o vera che sia. Arriverà un secondo assassinio, assieme al dubbio di aver ucciso la persona sbagliata. Alla fine i tre sopravvissuti arriveranno a valle e si salveranno. Ma è davvero così? La salvezza evocata dal titolo originale – Deliverance – e ciò che li attende? La chiesa del villaggio che sarà sommerso, caricata su un camion perso nel traffico, suggerisce che non ci sarà redenzione.
La gita in canoa trasformatasi in tragedia li ha feriti per sempre, non tanto nel corpo, quanto nello spirito. L’incubo finale che fa svegliare di soprassalto uno dei tre suggerisce che non c’è salvezza. Il viaggio su quel fiume maledetto – archetipo del passaggio tra stati d’animo e di trasformazione interiore – ha deviato per sempre le loro esistenze portandole su un sentiero sconosciuto a chi proviene dal mondo civilizzato. Guardare il film di Boorman significa ripercorrerlo e inabissarsi nel ventre scuro della realtà.
Testo di Michele Lamonaca
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