Riflessioni intime sulla culture di massa

Les cinq diables di Léa Mysius: una fiaba nera sulle rivendicazioni queer

Léa Mysius, apprezzata sceneggiatrice francese, con il suo secondo lungometraggio Les cinq diables affronta in maniera originale i temi dell’autodeterminazione e dell’identità sessuale 

A Léa Mysius, sceneggiatrice tra le più quotate del cinema francese, vanno riconosciuti coraggio e originalità nell’affrontare in maniera inusitata con il secondo lavoro da regista i temi delle rivendicazioni queer e della memoria come veleno che condanna alla sofferenza o come humus che favorisce la crescita personale a seconda che venga evitata o fronteggiata.

Les cinq diables di Léa Mysius: una fiaba nera sulle rivendicazioni queer
Les cinq diables di Léa Mysius: una fiaba nera sulle rivendicazioni queer – parolepop.it – Fonte: screenshot mubi.com

Les cinq diables è un film stregonesco sulla lotta tra società maschilista e istanze dell’universo femminile, resa ancora più difficile quando le protagoniste di questa battaglia sconfinano oltre il conformismo dell’eterosessualità. Uno scontro reso a livello simbolico dall’archetipo della contrapposizione tra fuoco e acqua. In questo modo Léa Mysius evoca nel nostro presente un’era lontana millenni, e per questo carica di mistero, in cui gli esseri umani interpretavano il mondo attraverso narrazioni mitiche che avevano come protagonisti gli elementi naturali.

Il film si apre con un gruppo di ragazze in costumi da ginnaste riprese di spalle mentre si stringono terrorizzate a guardare un edificio in fiamme. Una di queste si volta mostrandosi in volto alla ricerca disperata di qualcuno o qualcosa. Stacco, e una bambina di colore, riccioluta, si sveglia di soprassalto nel lettino della sua cameretta come se fosse richiamata dal tragico evento. Stacco, e panoramica in campo lunghissimo su una strada che costeggia un lago enorme e una cittadina ai piedi di gigantesche montagne innevate.

Léa Mysius mostra i principali elementi narrativi attorno ai quali ruoterà la storia. La bambina si chiama Vicky (Sally Dramée) e farà da intermediaria, o forse è meglio dire da medium, nella lotta tra la passione e la ragione – fuoco e acqua – nella quale è invischiata sua madre Jeanne (Adèle Exarchopoulos), la ragazza della scena iniziale ormai adulta.

Les cinq diables di Léa Mysius: evocazione dell’universo femminile come mito ancestrale

La piccola Vicky ha solo otto anni ma possiede un olfatto soprannaturale. È in grado di riconoscere qualunque odore e di seguirne le tracce come un animale selvatico. Estrae essenze profumate degli oggetti immergendoli in una soluzione alcolica dentro barattoli di vetro. Il colore della sua pelle e la tendenza ad estraniarsi per via del suo potere le creano problemi a scuola dove non è ben vista dai compagni di classe ma non ne fa parola con la madre.

Les cinq diables di Léa Mysius: mito ancestrale del femminile e società maschilista
Les cinq diables di Léa Mysius: mito ancestrale del femminile e società maschilista – parolepop.it – Fonte: screenshot mubi.com

E qui, per chi bazzica con una certa assiduità il mondo del cinema, scatta immediatamente il primo pensiero associativo. Nel film del 2006 Profumo-Storia di un assassino, ambientato nella Francia del ‘700, anche Jean-Baptiste Grenouille è datato di un olfatto soprannaturale. Gli odori sono il fulcro della sua esistenza. Ma Jean-Baptiste è uno psicopatico. L’ossessione sensoriale e la totale freddezza emotiva faranno di lui uno spietato serial killer di giovani e belle ragazze nel tentativo di distillare il profumo perfetto in grado di conquistare fino alla sottomissione completa gli altri esseri umani. Non è così per Vicky, che subito rivela sensibilità e intelligenza superiori alla norma.

La piccola è legatissima alla madre e la segue ovunque. In piscina, dove Jeanne insegna acquagym, o sulle sponde del lago dove la donna si concede un bagno nella acque gelide, che sembra tanto un rito di espiazione, assegnando a Vicky il compito di richiamarla allo scadere dei venti minuti per scongiurare il pericolo mortale dell’ipotermia.

Jimmy (Moustapha Mbengue), anche lui di colore, marito di Jeanne e padre di Vicky, fa il vigile del fuoco. La loro è una famiglia multirazziale apparentemente felice. Il rapporto coniugale sembra sereno anche se in fase di stanca. Jeanne lo confessa a suo padre, quando lui le chiede in maniera sfacciata come vanno le cose a letto. Léa Mysius è brava nel rendere per immagini – grazie alla capacità espressiva degli attori a partire proprio dalla piccola Sally Dramée – l’insoddisfazione silenziosa che attraversa la relazione tra marito e moglie. L’arrivo di Julia (Swala Emati), sorella di Jimmy, farà da detonatore, portando a galla verità nascoste.

Nel frattempo, la nuova arrivata manda in fibrillazione il sesto senso di Vicky, che ruba un maglione della zia, ne taglia un pezzo e ne distilla l’odore. La piccola porta al naso il barattolo e sviene di colpo, ritrovandosi nel passato. Il passato di sua madre Jeanne, che scopre intrecciato con quello di zia Julia. Il rimando alle madeleine di Proust, il topos letterario creato dallo scrittore francese nel romanzo Alla ricerca del tempo perduto per descrivere il potere di un sapore o di un profumo nell’innescare ricordi dimenticati, diventa inevitabile.

Les cinq diables di Léa Mysius: esempio riuscito di realismo magico
Les cinq diables di Léa Mysius: esempio riuscito di realismo magico – parolepop.it – Fonte: screenshot mubi.com

La bambina ripeterà più e più volte questa sorta di rituale sciamanico che le consente viaggi a ritroso nel tempo, scoprendo che molto prima della sua nascita, Jeanne e Julia si amavano. Un amore da tenere ovviamente nascosto, per non attirare le attenzioni malevoli della piccola comunità in cui vivono. In questi salti spazio-temporali, Vicky è come un fantasma, invisibile a tutti eccetto che a sua zia, ogni volta terrorizzata dall’apparizione della piccola, finendo per apparire mentalmente instabile agli occhi degli altri.

Vicky si manifesta nel passato determinando il futuro che è il suo presente. E qui ci ritroviamo difronte a un altro rimando cinematografico. Il tempo non è più un linea retta ma un nastro di Möbius, dove gli eventi si ripetono, dove passato e presente si sovrappongono come ha fatto a suo tempo David Lynch in Lost Highway, sabotando la logica della narrazione lineare. Proprio come Lynch, la Mysius riesce a tenere sullo stesso piano realismo e irrazionalità, con una messa in scena sobria ma allo stesso tempo perturbante, grazie a guizzi registici consoni al realismo magico, che le consentono di mostrare il fantastico come una possibile dimensione della realtà. Obiettivo centrato grazie anche alla colonna sonora che vede l’alternarsi di temi cupi e successi pop che odorano rispettivamente di inquietudine incombente e spensieratezza mancata.

Il tempo come nastro che si riavvolge su sé stesso permette a Léa Mysius, attraverso gli occhi preoccupati e curiosi di Vicky di raccontare gli ostacoli di un amore saffico in lotta con la chiusura mentale di una società bigotta, che costringe Jeanne e Julia a nascondere i loro sentimenti, la passione che le travolge, spingendole ad architettare la fuga verso Marsiglia, nella speranza di trovare un mondo più aperto.

Vicky vede questo amore clandestino, per altro non codificato secondo gli schemi dell’ideologia eterosessuale, come una minaccia. Ha paura di perdere la presenza e soprattutto l’amore di sua madre. Attraverso domande dirette della piccola, Jeanne sarà chiamata a dissolvere questa paura e a fare chiarezza con sé stessa. I conflitti nascosti, raffigurati dal volto deturpato dalle fiamme di Nadine, amica di Jeanne, verranno a galla. Gli eventi si faranno sempre più drammatici e pericolosi, ma alla fine il potere di Vicky, avvelenatore del passato che non si può cambiare, diventerà medicina nel presente e fautore di un futuro migliore. Le forze in gioco troveranno il loro equilibrio. Jeanne spezzerà le catene della scissione emotiva, trovando il coraggio di esprimere alla luce del sole i sentimenti provati per Julia.

Il personaggio della piccola Vicky fa da catalizzatore delle vicende che coinvolgono gli adulti. Incarna e riassume l’atmosfera da caccia alle streghe che incombe su Jeanne e Julia. Imprime alla storia un’atmosfera magica, mistica, evocando e celebrando l’accezione dell’universo femminile concepita nelle civiltà arcaiche, dove il femmineo era considerato il ponte tra gli uomini e le forze ancestrali della natura, prima che la cultura maschilista prendesse il sopravvento ed esercitasse nei secoli una repressione durissima che dal rogo delle streghe a oggi continua ad avvelenare il rapporto tra uomo e donna.

Il film soffre di qualche arco narrativo appena abbozzato, soprattutto per quel che riguarda i personaggi di Jimmy, Nadine e del padre di Jeanne. Una scelta voluta, come ha spiegato la stessa regista, in ossequio al potere del non detto così da costringere lo spettatore a un ruolo attivo nel riempire i vuoti con l’immaginazione. Ciò nonostante in Les cinque diables non c’è mai un calo di tensione. Léa Mysius conferma quindi un talento narrativo innato, sia come sceneggiatrice che come regista, impreziosito dalla capacità del pensiero laterale e dalla voglia di imboccare strade non ancora battute, mettendosi alla prova con tutti i rischi che ne derivano invece di accontentarsi portando a casa il compitino. Un modo prezioso di fare film in una fase in cui l’industria cinematografica preferisce ottenere il massimo risultato con il minor sforzo aggrappandosi a biopic, remake, sequel e spin off, con una produzione senz’anima per quanto è standardizzata.

 

Testo di Michele Lamonaca
Riproduzione riservata 

 

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