L’altra sera su Rai 1 è andata in onda una puntata della trasmissione Petrolio dedicata a “L’Oro Rosso“, ovvero al pomodoro e a i suoi derivati: concentrato, passata e pelati in scatola. Roba innocua, eppure, seguendone il flusso, si ottiene un esempio formidabile di quanto il liberismo, mosso dal proprio egotismo, non si faccia scrupoli nell’impoverire intere nazioni e milioni di persone.
Il surplus del pomodoro
Breve storia dell’oro rosso
Il pomodoro è un frutto originario dell’America settentrionale. Gli Aztechi lo chiamavano xitomatl. La salsa di pomodoro era un ingrediente fondamentale della loro cucina. Poi arrivarono i conquistadores spagnoli guidati da Hernán Cortés, che oltre a distruggere la cultura azteca, nel 1540 portarono il frutto rosso in patria. Da allora la sua coltivazione si diffuse in tutto il Mediterraneo. Soprattutto in Italia dove siamo diventati pionieri della sua lavorazione.
Ma il capitale non dorme mai, cerca nuovi sbocchi per accrescere la sua mole. Così, sospinto dalla favola neoliberista dell’autoregolamentazione del mercato il mondo è diventato una torta golosa da conquistare fetta dopo fetta. Secondo questa logica il pomodoro è sbarcato in Cina e oggi il ‘gigante rosso’ è il suo secondo produttore mondiale, scavalcando l’italia che occupa la terza posizione.
Ma come ci è finito in estremo oriente? Siamo stati noi, gli italiani, ad andare lì ad insegnare come si coltiva e come si lavora, barattando la nostra conoscenza e la nostra tecnologia con il concentrato cinese da rivendere nel nostro Paese e nel resto del mondo. Adesso però il colosso cinese rischia di farci le scarpe perché nel frattempo è diventato il primo esportatore mondiale di concentrato di pomodoro.
Il surplus del pomodoro
Lo chiamano ‘il generale’ Liu Yi ed è a capo della più grande industria cinese del frutto rosso. Esporta il suo concentrato in 130 paesi, Italia compresa. Il suo obiettivo è conquistare il mondo con l’appoggio del suo Stato.
Da un po’ di tempo ha capito che la riuscita della sua impresa passa dall’Africa, mercato vergine, in attesa di essere conquistato come fece Cortés con l’impero azteco. Il continente africano ha il più alto consumo pro-capite di concentrato di pomodoro. Una “nuova via della seta” in salsa agroalimentare che ha portato Liu Yi e suo figlio ad aprire in Ghana, seconda economia dell’Africa occidentale.

Il figlio di Liu Yi spiega bene nel servizio di Petrolio che i produttori cinesi hanno investito tanti soldi nei macchinari e nella produzione. Producono così tanto che la domanda interna e l’esportazione attuale non sono in grado di esaurire l’intera produzione. Per questo “stanno cercando un modo per smaltire il surplus“. Come? Vendendolo direttamente in Africa, che sta per diventare il mercato di consumo più grande al mondo.
Marx e Ghana: i paradossi del Tallone di Ferro
Nella servizio, il figlio di Liu Yi ha usato la parola “surplus” senza esitazione, sebbene la redazione abbia tradotto con “eccedenze di produzione”. Ed era come se dicesse: siamo socialisti e Marx lo conosciamo bene, non ci facciamo scrupoli nell’usare le sue parole. Contravvenendo però al suo pensiero, visto che la Cina è diventata una “economia socialista di mercato“. Primo paradosso grande quanto una casa.
Liu Yi ha spostato la produzione in Ghana dove la manodopera costa 100 euro al mese. Quattro volte meno della manodopera cinese. Cosa ha significato questo per il paese africano? Prima dell’arrivo dei cinesi il settore economico legato al frutto rosso era il più importante del Ghana. Migliaia di persone coltivavano pomodori che venivano lavorati nelle fabbriche pubbliche e il prodotto finito veniva venduto sul mercato interno. Ci campavano un sacco di famiglie e c’erano dazi doganali a salvaguardare i loro interessi.
Poi sono arrivate le istituzioni finanziarie internazionali che hanno fatto pressione affinché il Ghana adottasse il libero mercato. A quel punto sono arrivati gli squali, che hanno cominciato a vendere e poi a produrre a prezzi più bassi, e nessuno ha più comprato i pomodori autoctoni. Le industrie pubbliche hanno chiuso. Migliaia di ghanesi sono rimasti senza lavoro e oggi sono costretti a emigrare. A venire in Italia a raccogliere i nostri pomodori in condizioni spesso disumane come avviene in Puglia. Secondo gigantesco paradosso. Perché tra l’esercito di plutocrati e istituzioni finanziarie alla ricerca di nuovi mercati e i conquistadores non c’è molta differenza. Il popolo che se li vede arrivare in casa ha poco da stare allegro.
Jack London e la morale di classe
Guardando la puntata di Petrolio non ho potuto non pensare al romanzo “Il Tallone di Ferro“. Alla sinistra familiarità tra le immagini e le parole in video e la realtà distopica raccontata da Jack London. Alla veridicità del suo affresco sulla società del profitto.
Ho pensato al discorso che Ernest Everhard – alter ego di London socialista – tiene davanti agli “uomini d’affari medio-borghesi”. I piccoli capitalisti a cui spiega il concetto di surplus. Quella parte di produzione dei paesi capitalistici che eccede la domanda interna e non può essere venduta agli altri paesi capitalistici che a loro volta hanno anch’essi un’eccedenza da smaltire. “Come se ne libereranno?” chiede Ernest Everhard. “Vendendolo ai paesi sottosviluppati”, suggerisce in modo corretto uno dei borghesi.
Come non vedere in Liu Yi la stessa sicurezza descritta da Everhard a proposito dei plutocrati, convinti di fare l’unica cosa giusta secondo una “morale meschina“, di classe, alimentata dall’egoismo. La storia del pomodoro ci racconta la storia del mondo e ci dice che l’Africa è il continente sottosviluppato sulla cui pelle i padroni hanno deciso di continuare a giocare il loro risiko insensato.
Michele Lamonaca
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