Ingmar Bergman in Scene da un matrimonio riepiloga in modo esaustivo colpe, accuse e ripensamenti di marito e moglie quando una relazione, consumata da verità nascoste, finisce per implodere.
Se vi accingete a guardare il film di Bergman, cosa altamente consigliabile, preparatevi a salire sulla giostra dei ricordi e delle emozioni. Scatterà in automatico il confronto tra le vostre relazioni sentimentali e quella di Marianne e Johan. Proverete dolore, vergogna, conforto o piacere a seconda di come come vi sono andate le cose. Perché Scene da un matrimonio è più di un film. È una lezione esemplare su ciò che non va fatto in un rapporto di coppia. È l’anatomia di un matrimonio che va avanti per inerzia, simile a una casa pericolante che si regge sulle convenzioni e le abitudini.

In Frammenti di un discorso amoroso Roland Barthes raccoglie le parole del monologo interiore di un innamorato, attraversando gli stati dell’attesa, del desiderio e della mancanza. Bergman, aggiungendovi la potenza realistica delle immagini, fa qualcosa di simile raccogliendo espressioni facciali e dialoghi tra marito e moglie che nascondono, svelano e distruggono un matrimonio avvelenato dall’ipocrisia e dai sentimenti repressi.
Scene da un matrimonio nacque in principio come serie televisiva di sei puntate della durata complessiva di 281 minuti che fu trasmessa dalla televisione pubblica svedese SVT nell’aprile 1973. Successivamente Bergman ne ricavò una versione cinematografica divisa in sei capitoli narrativi della durata di 167 minuti. L’impatto culturale sulla società svedese fu notevole, dando ulteriore spinta alla all’emancipazione femminile e alla rivoluzione sessuale allora in corso.
Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman: una coppia inabile alla vita
Il primo capitolo (Innocenza e panico) si apre con un’inquadratura apparecchiata per infondere serenità e armonia. Nel salotto di casa, Marianne (Liv Ullmann) e Johan (Erland Josephson), assieme alle due figliolette ben vestite e pettinate con cura ascoltano le indicazioni del fotografo per gli scatti che accompagneranno un articolo dedicato alle famiglie felici. Conclusa questa formalità, le bambine vanno via. La giornalista seduta difronte ai coniugi può procedere con l’intervista.
Johan, sicuro di sé, si autocelebra e poi rimarca con aria soddisfatta la “felicità indecente” che contraddistingue l’unione con Marianne, che a sua volta conferma con un sorrisso compiacente. Ma ecco apparire la prima incrinatura. Lui ha quarantadue anni e insegna in un istituto universitario psicotecnico. “Il mio lavoro è piuttosto noioso“, precisa con una smorfia di fastidio. Marianne ha trentacinque anni, lavora in uno studio legale come avvocatessa specializzata in Diritto di famiglia e si occupa di divorzi. La giornalista vuole sapere del loro primo incontro, di quando si sono innamorati.

Si conoscevano da tempo ma non si erano simpatici. Marianne a 19 anni era già sposata con un altro uomo. “Stupido” e “figlio di papà“, puntualizza Johan con una punta di gelosia. Lei perde un bambino poco dopo il parto e divorzia. Nello stesso periodo Johan lascia la fidanzata e rimane solo.
“È stato amore a prima vista” dice Marianne, smentendo sé stessa un istante dopo. “Eravamo soli e depressi, così gli ho proposto di metterci insieme“. E ancora: “Non ci amavamo. Eravamo tristi e ci consolavamo a vicenda“. I conti non tornano. Più che amore sembra convenienza, ricerca di conforto. L’intervista prosegue e Johan ha un piccolo scatto di rabbia, una nota stonata che risale dal profondo, slegata dal contesto. “Rivendico il diritto di pensare a me e infischiarmene degli altri“. È stufo di ascoltare “sermoni sulla salvezza universale“. Uno sfogo che puzza di egoismo e frustrazione. Marianne è di parere opposto: “Io credo nel prossimo… se fin dall’infanzia imparassimo a curarci più del prossimo, il prossimo si curerebbe di noi e il mondo cambierebbe molto“.
Il quadro idilliaco comincia a rivelare zone scure, una distanza incolmabile, nonostante le domande della giornalista siano del tutto pacifiche. Bergman è abilissimo nell’insinuare nei dialoghi sottotesti appena percettibili che rimandano a questioni irrisolte, fuoco che cova sotto la cenere. Entrambi hanno subito e continuano a subire la presenza invadente dei genitori. Lo si avverte chiaramente. Il padre di Johan è medico, a cui occhi vuole apparire come “un buon figlio“. Il padre di lei è magistrato. E quindi Marianne era “destinata a fare l’avvocato“. Entrambi hanno genitori che sono membri rispettabili della comunità, guardiani della rispettabilità e delle convenzioni borghesi. Il quadro è chiaro anche se sottaciuto. Johan indossa la maschera dell’uomo realizzato e sicuro di sé. Marianne è addestrata a recitare la parte della moglie accondiscendente e servizievole. Nulla è come sembra. Entrambi nascondono qualcosa.
Nella scena successiva i due protagonisti ospitano a cena i loro migliori amici, anch’essi marito e moglie, che aiutati dall’alcol esplodono in una lite furiosa, rinfacciandosi difetti e colpe. Quando vanno via, Marianne e Johan si rallegrano perché sono “l’eccezione che conferma la regola“. Invece si ha la sensazione netta che attraverso la coppia di amici si siano guardati allo specchio e che tra poco toccherà a loro. A questo punto Bergman ha chiarito le regole estetiche e drammaturgiche del gioco. Scene da un matrimonio è la versione cinematografica del Kammerspiel, Il teatro da camera, che vede nel norvegese Ibsen e ancor più nello svedese Strindberg le due sorgenti letterarie dalle quali Bergman ha attinto in maniera dichiarata. Non a caso i due autori scandinavi vengono citati in momenti differenti del film.
Dalle parole alle immagini, il grande regista svedese riprende anche i principi scenografici del dramma intimo e borghese che vuole pochi personaggi e spazi chiusi per ottenere un’analisi psicologica precisa e spietata. Nel tradurli nel linguaggio cinematografico, e quindi per documentare la crisi esistenziale che soffoca Marianne e Johan, ricorre a inquadrature strette, anguste. Primi e primissimi piani per fotografare ogni singola sfumatura sui volti confusi, affranti e furiosi di marito e moglie, con poche concessioni ai piani medi o alle riprese a figura intera che rendono la gestualità di due persone in conflitto, alla deriva, invischiati in un gioco costante di attrazione e repulsione.

Le riprese in esterna si contano sulle dita di una mano. Il dramma di Marianne e Johan è imprigionato e si consuma tra quattro mura, nel salotto di casa, nella camera da letto, nella casa di campagna, nello studio di lei. I pochi personaggi secondari che ruotano attorno a marito e moglie fanno la loro comparsa solo nei primi capitoli. Poi diventano voci, ombre, fantasmi, pur avendo un ruolo decisivo nelle vicende della coppia.
Il capitolo successivo (L’arte di nascondere la polvere sotto il tappeto) prepara il terreno per lo scontro. Johan ha scritto un libro di poesie di cui Marianne non sa nulla. Lui chiede il parere di una collega a cui non sono piaciute e che gli ricorda quanto lei e gli altri amici fossero sicuri che avrebbe fatto grandi cose. Marianne parla con una cliente di età avanzata, decisa a divorziare. Il matrimonio senza amore sta divorando il suo alito vitale. I sensi cominciano a tradirla. Toccare il tavolino difronte a sé o qualunque altro oggetto le provoca “una sensazione stanca”. Marianne è spaventata. “Capisce cosa voglio dire?“, le chiede la cliente. “Sì, ho capito“, risponde, confermando implicitamente di essere afflitta dagli stessi sintomi. La cliente va avanti: “La musica, gli odori, i volti e le voci della gente. Tutto mi appare più povero. Più grigio. Senza nessun valore“. Marianne è terrorizzata.
Il terzo capitolo (Paula) sancisce la deflagrazione del matrimonio dei due protagonisti. Johan confessa di avere da mesi una relazione con una ragazza molto più giovane, una studentessa di nome Paula. Nei capitoli successivi – La valle delle lacrime; Gli analfabeti; Nel cuore della notte, in una casa buia, da qualche parte nel mondo – ora che il dado è tratto, Bergman può esplorare in maniera spietata l’universo maschile e femminile avvelenati dall’educazione borghese. Johan darà prova della sua mascolinità tossica, infantile ed egoista, che un certo punto si farà violenta. Marianne prenderà coscienza della sua personalità repressa, educata a non inseguire i propri sogni ma ad assecondare il volere dei maschi.
“Noi due siamo analfabeti dal punto di vista sentimentale“, ammetterà Johan. Ma rimarranno parole vuote. Addestrati all’ignoranza emotiva, all’incapacità di leggere sé stessi, torneranno ad incontrarsi, amarsi e odiarsi ripetutamente, mentre discutono il divorzio, mentre affrontano il loro doveri genitoriali, mentre riflettono su passato e futuro, in un presente confuso e ambiguo nel quale non riescono a recidere il cordone che li lega, nonostante altre relazioni, altri matrimoni, perché la lontananza li avvicina e la vicinanza li allontana.
Una condizione lacerante, irrisolvibile. Johan e Marianne sono incapaci di prendere decisioni definitive, direzioni certe. Sono persi per sempre nella loro impotenza. Bergman rende conto di questo inferno attraverso la sua abilità letteraria nella forma di dialoghi fulminanti e grazie all’uso magistrale della cinepresa con la quale immortale scene colme di dolore e tenerezza, consapevolezza e incoscienza. Il regista svedese indaga per noi le contraddizioni e le false promesse del matrimonio in un contesto sociale ancora oggi lontano dall’essere scardinato, che inquadra il rapporto uomo-donna in uno schema rigido. Una prigione che reprime l’intelligenza emotiva e sforna individui inabili alla vita, incapaci di ascoltarsi nel profondo per guidare consapevolmente pensieri e azioni.
Testo di Michele Lamonaca
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