Riflessioni intime sulla culture di massa

Sirât di Oliver Laxe: il sogno della controcultura rave e la perfidia del mondo

Il film contemplativo di Oliver Laxe, Sirât, racconta ideali e pratiche dei raver più oltranzisti: i nomadi a bordo di camion “da muro” alla ricerca di Zone Temporaneamente Autonome dove perdersi e ritrovarsi al ritmo della techno. 

Il regista spagnolo Oliver Laxe rende omaggio ai principi più nobili e decisamente politici del movimento rave. Il nomadismo come atto consapevole di diserzione dalle logiche repressive del capitalismo; la ricerca e la riappropriazione di aree urbane ed extraurbaneTaz come le definì per la prima volta il filosofo e poeta anarchico Hakim Bey – dismesse, abbandonate o comunque libere dal giogo della proprietà privata; l’organizzazione di feste danzanti autogestite e quindi svincolate dalle logiche commerciali dei club e delle discoteche; la riscoperta del significato della parola comunità modellato sull’inclusività, sull’autoregolamentazione e sulla libertà di espressione; il riutilizzo della tecnologia come arredo e strumento di un rituale sciamanico postmoderno; la sperimentazione di una visione alternativa della realtà, del futuro, attraverso la danza estatica scandita dalla musica techno e corroborata dall’uso di sostanze empatogene come l’ecstasy.

Sirât di Oliver Laxe: il sogno della controcultura rave e la perfidia del mondo
Sirât di Oliver Laxe: il sogno della controcultura rave e la perfidia del mondo – parolepop.it – Fonte: screenshot instagram @mubiitalia

Un coacervo di pratiche e principi che rivelano la complessità del pensiero critico di un movimento dipinto dalla propaganda governativa come un’accozzaglia di vagabondi e nemici dell’ordine pubblico, dediti al consumo di alcol e droghe. Una definizione di comodo per nascondere la verità. Il movimento nasce dalla ribellione pacifica di migliaia di giovani che con argomentazioni puntuali giudicano negativamente e rifiutano in modo netto l’ingannevole e alienante società consumistica.

Per i raver l’Apocalisse c’è già stata, ci si può solo ritagliare il proprio spazio al suo interno” spiega in un’intervista Pablito el Drito, ovvero Pablo Pistolesi, figura storica dell’underground milanese e protagonista fin dagli albori dell’importante scena rave italiana, riassumendo lo spirito di una controcultura nata alla fine degli anni ’80 e ancora pulsante nonostante l’azione repressiva che la perseguita dalla nascita.

Oliver Laxe, da raver praticante, racconta tutto questo con un esempio riuscito di slow cinema. Il film Sirât, frutto di una gestazione lunga dodici anni, è ambientato nel deserto del Marocco, paese che il regista spagnolo conosce bene avendoci vissuto a lungo, ed è un contemporaneamente un attestato d’amore verso la controcultura rave e una visione pessimistica del presente.

Sirât di Oliver Laxe: pro e contro

Luis sta cercando sua figlia Mar di cui ha perso le tracce da mesi. La cerca nel deserto magrebino dove è in corso un free party con centinaia di raver provenienti da ogni parte d’Europa. Luis si è portato dietro il figlio minore Esteban, che lo aiuta a distribuire i volantini con la foto di Mar tra i raver fermi a ballare difronte a un muro di casse i cui woofer ribollono al battito potente e profondo in 4/4 della musica techno.

 

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Anche Mar è una raver. Per questo motivo Luis ed Esteban sono lì, come pesci fuori d’acqua, a chiedere se qualcuno l’ha vista. Ma intanto Laxar insiste sul mare di ragazzi e ragazze, ripresi dall’alto, che danzano sotto il gigantesco sound system. Poche parole, un’onda sonora costante, una comunità di corpi ondeggianti sulla quale la cinepresa stringe per svelarne i volti sereni, l’espressione rapita.
L’idea di cinema di Laxar prende corpo: creare momenti di trascendenza attraverso le immagini.

Luis ed Esteban sono sconsolati. Di Mar non c’è traccia. Scoprono che a breve si terrà un altro free party, più a sud, verso la Mauritania.
A questo punto la visione pessimistica del regista spagnolo impone alla storia un snodo narrativo decisivo. I militari arrivano a sgomberare l’accampamento rave. La radio annuncia lo scoppio di un conflitto su larga scala. È la terza guerra mondiale. Ma la fine del mondo è già arrivata da un pezzo, osserva laconico uno dei traveller al quale Luis ed Esteban si accodano per raggiungere il rave dove sperano di trovare Mar.

Ha inizio un viaggio nel viaggio. Una nuova tribe si è venuta a formare. Padre e figlio, a bordo di un van familiare, seguono due camion “da muro”, giganteschi automezzi perfetti per trasportare le casse audio e per viverci, su cui viaggiano tre uomini e due donne, traveller di lungo corso e di età matura. Luis, all’inizio diffidente, scoprirà e apprezzerà l’etica solidaristica e la spiritualità di chi gli sta facendo da guida grazie all’intermediazione di Esteban che s’invaghisce subito dello stile di vita sposato dai raver, estremamente libero, selvaggio, eppure rispettoso degli altri.

Campi lunghi e lunghissimi con una fotografia di rara bellezza immortalano il succedersi del giorno e della notte sulla natura sconfinata e minacciosa del deserto. La carovana su quattro ruote fende nuvole di polvere e sabbia, si arrampica faticosamente sui tornanti impervi che girano attorno ai massicci argillosi dell’Atlante. E intanto la musica elettronica del francese Kangding Ray, che fa da colonna sonora, ci ricorda che il suono è l’essenza del film come lo è della cultura rave.

La composizione dell’inquadratura è scarnificata. Un gigantesco paesaggio lunare domina la scena, indifferente ai patimenti degli uomini che appaiono piccoli e indifesi, come gli stessi camion “da muro”, in questa immensità piena di insidie. Le casse audio piazzate in mezzo al nulla diventano i totem di un rito tribale. Laxe gioca abilmente le sue carte per evocare la tirannia delle forze naturali, il viaggio iniziatico disseminato di prove mortali, l’uso sciamanico della danza, della musica e delle sostanze psicotrope per vivere un’esperienza mistica. Archetipi collettivi che mettono fuori gioco la razionalità dello spettatore per ancorarsi alla sua intelligenza istintiva, all’inconscio.

Luis è chiamato a superare una prova terribile. Riuscirà ad attraversare il dolore condividendolo con i raver. Ma c’è un’altra tirannia che incombe sulla tribe. Anche nel deserto, che dovrebbe essere la Taz ideale, perfettamente isolata dal resto del mondo, si abbatterà la stupida ferocia della società ripudiata dai traveller. Ed ecco che la controcultura rave e i free party diventano il paradigma della libertà braccata e repressa con la violenza dal mondo globalizzato. Non c’è scampo nemmeno per i nomadi della techno, sembra dirci il pessimista Laxe nella scena finale, dove il viaggio riprende per chissà dove con occhi smarriti e la morte nel cuore.

 

Testo di Michele Lamonaca

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