David Lynch nel suo secondo film, The Elephant Man, a differenza di quella che sarà la sua opera futura, utilizza la parola come rivelazione, medicina contro un’orribile ingiustizia.
Pur trattandosi della sua seconda opera di cineasta, The Elephant Man è una delle gemme più preziose tra quelle che adornano la filmografia di David Lynch. Maneggiando con stupefacente destrezza la splendida fotografia in bianco e nero di Freddie Francis, il regista americano racconta – com’è nel suo stile – una storia fuori dall’ordinario, ambientata nella Londra vittoriana, ispirata a fatti realmente accaduti, che vede come protagonista principale John Merrick, uomo afflitto da un’orribile deformazione congenita.

Ma c’è qualcos’altro che Lynch maneggia con estrema disinvoltura ed efficacia, e che traspare con estrema evidenza dai dialoghi. La consapevolezza del potere poietico della parola, delle sue facoltà di pharmakon, rimedio o veleno a seconda dell’uso che ne viene fatto.
Dopo una prima sequenza in slow motion, in cui Lynch dà una piccola superba dimostrazione di cosa vuol dire padroneggiare la dimensione onirica su pellicola, assistiamo a quello che il sociologo Pierre Bourdieu chiamerebbe rito di istituzione. Il medico chirurgo Frederick Treves (Anthony Hopkins) si avventura in una luna park e imbocca il padiglione “The Freaks” (I Mostri), dove nani, donne barbute e altri cosiddetti scherzi della natura, veri o presunti che siano, ricoprono il triste ruolo di attrazione per il pubblico. Treves raggiunge quindi il teatrino ambulante del perfido e avido impresario Bytes (Freddie Jones). Sul sipario campeggia la scritta “The terrible Elephant Man“. Tra Bytes e un ispettore di polizia accompagnato dagli agenti è in corso un diverbio sull’opportunità o meno di mostrare l’Uomo elefante.
“Quello è un aborto! Che altro potrebbe fare?“, si giustifica l’impresario. “I fenomeni da baraccone sono un’altra cosa. Questo è diverso. Questo è mostruoso“, ribadisce l’ispettore, che alla fine vieta lo spettacolo. Le parole di questa sequenza non si limitano a descrivere la condizione del povero John Marrick. Ne definiscono i limiti, la legittimano, coma ha spiegato Bourdeiu.
“La dichiaro colpevole” dice il giudice; “Vi dichiaro marito e moglie“, dice il prete, cambiando per sempre la realtà dell’imputato e degli sposi. Allo stesso modo l’impresario e l’ispettore stabiliscono l’esclusione sociale di Marrick, marchiandolo con un’etichetta orribile. John Merrick è un essere mostruoso e per questo non può stare tra la gente normale.
The Elephant Man di David Lynch: ferire e guarire con le parole
Il mondo dell’Uomo Elefante è fatto di sopraffazione ed emarginazione, ed è percorso da parole che rendono tutto ciò possibile. Bytes lo chiama “Mostro“, “Aborto“. Ma anche “Il mio tesoro“, con un tono ambiguo che fa venire i brividi, perché dietro una parvenza di affetto si nasconde tutta la volgare ferocia di un uomo che considera Merrick la sua fonte di guadagno, una bestia da circo che può essere bastonata per semplice capriccio dopo un’ubriacatura.

A cambiare il destino osceno dell’Uomo Elefante sarà il dottore Treves. Il medico porterà parole che guariscono, in grado di cambiare gli eventi e trasformare la realtà oscura nella quale John Merrick è imprigionato. Ma non subito, nonostante le lacrime che bagnano il viso del medico al loro primo incontro. Nonostante la gentilezza e l’empatia che trasudano dai gesti e dal tono di Treves, rafforzati dalla capacità espressività di Anthony Hopkins. Il medico pagherà Bytes per mostrare John ai sui colleghi durante un incontro accademico, dove userà un linguaggio tecnico, parole asettiche, glaciali, che creano distanza, assieme a modi che riducono Merrick a cavia, a topo da laboratorio.
Solo dopo, quando Bytes, dopo aver picchiato a morte “Il suo tesoro“, chiederà aiuto per salvarlo, Treves stabilirà in maniera definitiva un contatto umano con John, ricoverandolo al London Hospital. Eppure, in principio, il suo ospite non parla. “Lo vede, è come parlare con un muro” dice madre Shead, capo infermiera. Treves lo invita a farlo. Vuole conoscere la sua storia, vuole aiutarlo. “Devo capire quello che sente, che sta pensando“, gli dice Treves. “Voglio sentirla parlare, dimostreremo che lei non è un muro“. La parola, mancando, rivela il suo ruolo decisivo di connessione tra esseri umani.
John si sforza, supera il trauma di una schiavitù durata chissà quanti anni grazie all’insistenza gentile del suo benefattore, e comincia a parlare. Treves gli insegna le frasi giuste per presentarsi al signor Carr Gomm (John Gielgud), direttore dell’ospedale. Ma il risultato è scoraggiante: il paziente sembra un pappagallo ammaestrato. Deluso, il direttore esce dalla stanza. Treves lo segue, ma intanto John comincia a declamare un salmo biblico. Il dottore richiama Carr Gomme e assieme lo ascoltano meravigliati.
“Leggevo la bibbia ogni giorno, conosco molto bene il libro delle preghiere”, spiega John. “Perché non mi hai detto che sapevi leggere?“, chiede Treves. “Avevo paura… mi ha insegnato mia madre… la prego, mi perdoni“. Le parole di questo dialogo risplendono come una rivelazione. Attraverso loro John trascende il suo aspetto, e si mostra per quello che è davvero. Un uomo con intelletto e sentimenti, come tutti gli altri. Ottiene un alloggio permanente in ospedale. Adesso può ripetere la parola “amici” con emozione perché c’è chi ha cura di lui.
“Malgrado il suo terribile aspetto… è di un’intelligenza superiore: sa leggere, scrivere, è calmo, dolce, la sua mente può essere definita raffinata“, si legge in un articolo di giornale. Un altro rito di istituzione, perché segna un ulteriore miglioramento della sua condizione in seno alla società. Riceve anche la visita della famosa attrice Madge Kendal (Anne Bancroft) con la quale legge un passo del Romeo e Giulietta di Shakespeare, libro che lei gli ha appena regalato. La parola diventa edificante, portatrice di arte, bellezza.
Mentre John rivela sempre di più un animo gentile e un’enorme sensibilità, anche artistica, c’è una parte di mondo che rimane rinchiusa nel reticolo delle etichette velenose, quelle che annullano la complessità di un individuo. Lo scontro tra le parole che feriscono e quelle che guariscono torna ad essere serrato, feroce. John sarà vittima del turpe spettacolo messo in scena a suo danno da Jim (Michael Elphick) il guardiano notturno dell’ospedale. Subirà il ritorno di Bytes, che lo rapisce per trascinarlo in Francia
Fuggito grazie all’aiuto di altri cosiddetti “freaks“, tornerà a Londra. “Io non sono un animale, sono un essere umano! Un uomo… un uomo!“, urlerà nei bagni della stazione, accerchiato dalla polizia e dalla gente che spaventata dal suo aspetto lo ha rincorso per catturarlo. Parole che paralizzano la folla e lo salvano dal linciaggio.
Tornato al suo alloggio in ospedale, alla cure del dottor Treves e delle infermiere, andrà per la prima volta a teatro. E qui si arriva al finale indimenticabile. Nella notte, ebbro di felicità, John realizza un sogno che portava nel cuore da tempo. Torna l’onirico, torna la poesia, quella che ha persino il potere di esorcizzare e trascendere la morte, come accade nei versi dell’opera di Alfred Tennyson intitolata “Nulla muore“.
The Elephant Man non è solo la storia di un uomo vittima dei capricci della genetica e della meschinità dei suoi simili. È anche un lavoro che assegna al linguaggio un ruolo da protagonista. Lynch usa le parole per creare senso, svelare, spiegare, lui che nei film successivi le impiegherà per distorcere la logica, per evocare misteri impenetrabili e per dare voce a personaggi enigmatici.
Testo di Michele Lamonaca
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