Con Cuore Selvaggio, David Lynch tributa l’omaggio più appariscente al film Il mago di Oz, un’ossessione che ha ispirato costantemente il suo lavoro di cineasta.
Road movie, storia d’amore contrastata, fiaba nera, noir, pulp-fiction. Cuore Selvaggio del 1990 è un impasto di generi con un’unica certezza: le citazioni infinite de Il mago di Oz, pietra militare del genere musical e fantasy datato 1939, diretto da Victor Flaming.

La storia della piccola Dorothy (Judy Garland), risucchiata da un ciclone assieme alla sua casetta di legno e catapultata in un mondo fantastico, abitato da streghe malvagie, scimmie volanti e altre creature bizzarre, entrò nei cuori e nell’immaginario dei bambini americani appartenenti alla generazione di David Lynch, grazie ad effetti speciali mai visti prima.
“Non passa giorno che io non pensi al Mago di Oz“. E ancora: “Il mago di Oz è un film cosmico e significativo a molti, molti livelli diversi, e Somewhere Over the Rainbow è una delle canzoni più belle di sempre“, disse il regista americano in un’intervista rilasciata al Guardian. Un’ossessione, un manifesto di intenti i cui effetti sono rintracciabili nell’intera filmografia lynchiana.
Cuore Selvaggio, ispirato all’omonimo romanzo di Barry Gifford, si sviluppa attorno a una trama ancora leggibile. La contaminazione tra sogno e realtà non è totale come accade nelle opere più sperimentali del cineasta nato a Missoula nel 1946. In Lost Highway (1997), Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006) i continui salti logici e l’inestricabile compenetrazione tra realtà e dimensione onirica costringono lo spettatore a interrogarsi senza riposta. Scene e dialoghi misterici, oltrepassano la ragione come sonde perforanti per arrivare al centro del sistema limbico, dove smuovono il terreno del cervello emotivo che chiamiamo inconscio. La storia di Sailor e Lula, conserva invece una certa aderenza alla narrazione convenzionale, ma interrotta costantemente da interferenze immaginifiche e digressioni surreali che si aggiungono e deformano ulteriormente il mondo violento e grottesco ereditato da Gifford.
Cuore Selvaggio di David Lynch: pro e contro
Gli spazi infiniti, desolati, dell’America profonda, dove il sogno americano è un’allucinazione nel deserto. La frontiera come zona liminare, un altrove sinistro, dove fuggire, cercare una salvezza insperata, complicata da personaggi oscuri, disturbati, votati al male. La violenza che esplode inattesa, gratuita, senza risparmiare nessuno.

Cuore selvaggio è una rassegna dei temi cari a Lynch. I giovani Sailor (Nicolas Cage) e Lula (Laura Dern), novelli Romeo e Giulietta, fuggono in auto prima a New Orleans e poi in Texas per sottrarsi alle grinfie di Marietta (Diane Ladd), madre di Lula, donna possessiva fino alla psicosi, che sguinzaglia un’orda di delinquenti assassini affinché uccidano Sailor e le riconsegnino Lula. Lei è l’equivalente della malvagia Strega dell’Ovest che imperversa nel mondo di Oz. Pazzia e crudeltà di Marietta e dei suoi complici trovano il loro opposto nell’amore gentile, passionale, consapevole dei due ragazzi. I dialoghi pacati, sinceri, di Sailor e Lula, stridono con i complotti di Marietta e dei suoi sodali, che trasudano insensibilità e ferocia.
Luoghi e personaggi sono attraversati da una forza che può essere distruttrice e creatrice. Come il fuoco, che Lynch non perde occasione di evocare fin dai titoli di testa e che utilizza come transizione nel montaggio alternato tra la fuga dei ragazzi e l’inseguimento dei killer. “Questo paese ha un cuore selvaggio” ammette Sailor, in un momento di sconforto. “Ho un cuore selvaggio“, dice a sé stesso, avendolo dimostrato nella scena iniziale, quando si difende da un’aggressione omicida. Avere la meglio non gli basta. Il suo accanimento è bestiale, incontrollabile.
I rimandi al Mago di Oz sono continui, palesi. Il modo per sottolineare il temperamento dei personaggi. Indimenticabile la scena in cui Marietta, stravolta dall’ennesimo accesso di rabbia e frustrazione, si specchia col volto che sembra una maschera di sangue, dopo averlo dipinto con il rossetto. Una scena che genera raccapriccio e fascinazione. La pazzia si manifesta con la potenza di un evento soprannaturale. Il rimando al volto dipinto di verde della strega nemica di Dorothy è immediato. Ma al colore della malattia e della putrefazione, Lynch sostituisce quello del sangue che Marietta vuole versare, dell’autorità e del pericolo che rappresenta per i due giovani amanti.
Il mago di Oz è un grande musical. Lynch non vuol farsi mancare nemmeno questo. Sailor esprime il suo amore per Lula in due scene tra le più iconiche, cantando per lei Love me e Love me tender di Elvis Presley. Big Tuna è il paesino del Texas dove le forze del bene si scontreranno con le forze del male. Nome improbabile per un luogo sperduto nel deserto. Nome perfetto per un covo di reietti. In questo limbo tra la vita e la morte, commuove la scena in cui Lula sbatte i tacchi delle sue scarpe rosse, nella speranza che la portino via da quel posto oscuro, dopo aver subito le molestie di Bobby Peru (Willem Dafoe). Ma le scarpe non sono magiche come quelle di Dorothy, che riportano la ragazzina e il suo cane Toto a casa.
La strada di Lula e Sailor verso la felicità è ancora irta di tranelli mortali. Lui dovrà affrontare proprio Bobby Peru, killer incaricato di ucciderlo. Fiaccata da tante avversità, la relazione tra Sailor e Lula scricchiola. Marietta sembra sul punto di averla vinta. Ma Sailor avrà un’apparizione decisiva. Glinda, la strega buona del Nord (Sharyl Lee) – sogno o realtà che sia – gli parlerà, cambiando l’esito finale della storia. Una fiaba nera dai colori saturi. Un road movie con l’estetica dei videoclip musicali di Mtv. Una tenera storia d’amore in un mondo violento da pulp-fiction. Un regalo del Lynch uomo al Lynch bambino che guardava incantato Il mago di Oz.
Testo di Michele Lamonaca
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