Dovendo scegliere poche pagine per comprendere la grandiosità di Jack London scrittore, basta leggere “Il Rosso” (The Red One), racconto del 1916, realizzato dall’autore americano a pochi mesi dalla sua morte, durante il suo soggiorno nelle amatissime isole Hawaii.
Sono tanti i motivi che ne fanno un’opera straordinaria. Così tanti che diventa difficile riassumerli in poche parole. La critica e gli studiosi hanno dedicato pagine e pagine alla storia ambientata a Guadalcanal, nell’arcipelago delle Isole Salomone. E ancora molte ne saranno scritte, perché contiene un’intero mondo di figure archetipe.

Fantascienza prima della fantascienza
La biografia di London ci racconta un’esistenza vissuta senza tregua. Una vita costellata da innumerevoli mestieri molto dei quali avventurosi e altrettanto pericolosi, e da una costante: la scrittura come compagna inseparabile. Strumento per elaborare il vissuto. Contenitore nel quale riversare il senso di ogni esperienza. Prerogativa dello scrittore statunitense che gli ha permesso di essere un pioniere dei generi letterari, aprendo nuove strade agli scrittori arrivati dopo di lui.
“Il Rosso” rappresenta un esempio meraviglioso del suo insuperabile istinto narrativo. Nel quale, con una linguaggio in apparenza semplice, sono descritti con assoluta precisione l’agonia e la redenzione del protagonista; la mentalità primitiva e ugualmente umana degli indigeni; la giungla dominata da un penetrante senso di pericolo e di morte.
Il protagonista della storia, Bassett, è uno scienziato sbarcato sull’isola di Guadalcanal al seguito di una spedizione per catturare una rara farfalla gigante. Addentratosi nella foresta oscura, un grembo ignoto e ostile, il gruppo viene attaccato dai cacciatori di teste. Bassett rimane solo e mentre è in fuga viene assalito e punto da zanzare che gli trasmettono le febbri tropicali. Isolato in quella terra oscura, ascolta per la prima volta un suono di incredibile maestosità e bellezza, capace di porre sollievo alle sofferenze provocate dal veleno degli insetti. Cercando la sorgente di quel suono ultraterreno, Bassett si smarrisce sull’isola e sviene sotto un albero. Ha salvarlo è Balatta, la donna più brutta che lui abbia mai visto. Lei lo conduce nel suo villaggio di tagliatori di teste, dove Bassett si salva la vita grazie alla carabina.
Lo scienziato, sempre più debilitato, passa le sue giornate nella capanna dello stregone e sciamano Ngurn. Sente che la morte è vicina. Ma è deciso a sopravvivere fino quando non avrà scoperto l’origine del suono misterioso. E riesce a farlo approfittando dell’amore di Balatta. Il suono ultraterreno è generato da una sfera gigantesca, di metallo rosso, conficcata in un cratere.

Le tribù dell’isola venerano da tempo immemorabile quell’oggetto, a cui hanno dato tanti nomi compreso quello di “Nato dalle Stelle“, tributandogli sacrifici umani e facendolo risuonare con un enorme tronco di legno utilizzato come timpano. Bassett capisce di trovarsi difronte a una scoperta sconvolgente. La sfera è un oggetto realizzato da esseri intelligenti, arrivato sulla terra dallo spazio. E’ dunque il messaggio di una civiltà aliena. Privo di forze, prima di lasciare la sua testa alle cure di Ngurn, grazie alla sua scoperta, Bassett riesce a riconciliarsi con sé stesso e con gli altri. E soprattutto, ad intuire la possibilità di rinascere dopo la morte.
Originariamente il racconto avrebbe dovuto chiamarsi “The Message“. Informazione che toglie ogni dubbio sulla natura extraterrestre della sfera. E così London precede di cinquant’anni il filone fantascientifico che si svilupperà sia nella letteratura che nel cinema. Anticipando per altro Arthur G. Clark, che quarant’anni dopo “Il Rosso”, pur ignorandone l’esistenza, scriverà “The Sentinel” e di una piramide di cristallo proveniente dallo spazio, da cui Stanley Kubrick tirerà fuori il suo monolite per “2001: Odissea nello Spazio”.

La scoperta dell’inconscio collettivo
La luce mistica dei suoi occhi riesce forse a dare un’idea delle doti taumaturgiche e divinatorie di cui era in possesso Jack London. Grazie alle quali ha raccontato come pochi la natura umana in rapporto con se stessa e con il mondo.
Scrisse “Il Rosso” nel maggio del 1916, quando era un uomo di quarant’anni gravemente malato e prossimo alla morte, che sarebbe sopraggiunta nel mese di novembre dello stesso anno. Condizione di sofferenza e disfacimento che deve aver amplificato le sue percezioni e le sue intuizioni di gran lunga superiori all’ordinario. Forse è stata questa condizione a consentirgli un viaggio nell’inconscio collettivo prima che Jung formulasse pienamente la teoria delle immagini archetipe.
Perché la vicenda della sfera venuta da un altro pianeta è anche e soprattutto una straordinaria raccolta di archetipi della storia dell’uomo. Come riconoscerà lo stesso London un mese dopo la conclusione del racconto, quando sarà sconvolto dalla lettura di un libro del grande psicanalista svizzero. Confiderà infatti alla moglie Charmian:«mi trovo sull’orlo di un mondo talmente nuovo, terribile e meraviglioso che ho quasi paura a guardarci dentro».

Da giovane lo scrittore americano aderì al socialismo, accettando con entusiasmo il pensiero scientifico e razionale, chiave di volta di gran parte della sua produzione letteraria. Ma con l’avanzare del tempo emerse in lui un’inquietudine per qualcosa di sfuggente, inspiegabile con la visione meccanicista. Cominciò a sondare questo mistero percepito; nuovi territori della mente che conducevano alle ragioni profonde del Sé e dell’Anima, come accade in “Le mille e una morte” e “Il vagabondo delle stelle“. Per giungere in fine alla parabola archetipa de “Il Rosso”, opera profetica e scrigno di inesauribili ricchezze simboliche.
Durante un congresso svoltosi negli anni Cinquanta lo psicologo James Kirsch analizzò il racconto in chiave junghiana evidenziando la possibilità che Jack London fosse riuscito ad usare ‘l’immaginazione attiva’ per incontrare ‘l’inconscio collettivo’ prima che Jung stesso delineasse la sua teoria. Kirsch lesse in Bassett la coscienza dell’uomo moderno, talmente preso dalla sua considerazione per le macchine e per le scienze da detestare la dimensione dello spirito. Bassett, malato e in fin di vita come London, disprezza la foresta e gli indigeni. Non prova alcun rimorso difronte all’idea di massacrarli per divulgare la sua scoperta. Bizzarra coincidenza con la futura battaglia di Guadalcanal; momento profetico per le stragi Naziste e di Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel libro “The book of Jack London” sua moglie Charmian scrive:«Certe volte mi chiedo se sia possibile che, nelle riflessioni di Bassett, lo scienziato morente, Jack London abbia rivelato di se stesso più di quello che sarebbe stato disposto ad ammettere, oppure – chi lo sa? – più di quanto egli stesso non avesse compreso».
Difronte alla grande sfera, simbolo della ‘individuazione del Sè’, il protagonista intraprende un percorso di rinascita spirituale che lo conduce alla riappacificazione con la ‘Grande Madre’ e con gli Altri. Ma c’è di più. Al termine della sua trasformazione, quando stanno per ucciderlo, contempla «il viso sereno della Medusa, la Verità», a cui segue l’epifania della sua testa rotolante nel villaggio fino alla casa di Ngurn. La rivelazione della vita eterna e della rinascita dopo la morte. Forse, il mistero che Jack London stava cercando di svelare percependone l’esistenza.
Michele Lamonaca
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