Dopo una lunga pausa Susanna Bissoli torna al romanzo con “I folgorati”, opera che contiene la promessa non mantenuta di trattare con ironia la convivenza con un male terribile e le incomprensioni familiari.
Tra le promesse della sinossi e il contenuto dell’opera letteraria c’è una distanza incolmabile che lascia insoddisfatti. Pubblicato nel 2024, “I folgorati” è il ritorno alla forma romanzo di Susanna Bissoli, dopo tredici anni di silenzio. Un’opera che prende slancio da spunti autobiografici per trattare questioni ad alto dosaggio drammatico.

Vera scopre una recidiva del cancro al seno, malattia che ha già colpito mortalmente la madre e altre donne della famiglia. Il padre Zeno si offre di ospitarla nella casa dove l’uomo vive solo da anni. La protagonista accetta. Tornare nella casa dove è cresciuta è un salto nel passato, nei ricordi di una vita precedente, mentre cerca di dare un senso a quella presente e futura, portandosi dietro il sogno mai sopito di diventare una scrittrice. Nel suo percorso di riavvicinamento a Zeno, Vera dovrà confrontarsi con la sorella minore Nora, la nipotina Alice, e Franco, un fidanzato incapace di starle accanto nei momenti più difficili.
Come si sopravvive a una grave malattia, le incomprensioni familiari e più nello specifico la necessità di riallacciare con un genitore i rapporti deteriorati dalla distanza sono i temi centrali della storia. Questioni che bastano e avanzano per incorrere in un melodramma strappalacrime se manca l’accortezza di un punto di vista originale che alleggerisca e allontani la trama dalle secche di una tediosa cronaca del dolore.
I folgorati di Susanna Bissoli: pro e contro
Per riuscire nell’impresa non può bastare il potere taumaturgico della scrittura che ammalia Vera e suo padre Zeno. Serve uno strumento molto più potente, l’ironia, risorsa imprescindibile e dono dell’intelletto per superare i momenti più funesti. Infatti la sinossi annuncia “un romanzo dalla grazia rara che sa tenere insieme il riso e il pianto, perché l’ironia è la chiave di tutte le salvezze”.

Una promessa non mantenuta. La voce narrante di Vera, anche nelle scene che dovrebbero risollevare l’animo dei protagonisti e del lettore, trasmette una sensazione di distacco. A volte sembra di ascoltare un estraneo che osserva le vicende dall’esterno facendo attenzione a non farsi coinvolgere più di tanto. L’uso della paratassi, di frasi brevi che sembrano sospese nel vuoto come oggetti in un quadro di Magritte, aumenta la neutralità di Vera e complica l’empatia tra lettore e protagonista, che stenta a decollare avverandosi di rado.
È un “susseguirsi di dialoghi intensi, esilaranti, veri” annuncia ancora la sinossi, centrando in parte un aspetto rilevante del romanzo. Susanna Bissoli dà larghissimo spazio ai dialoghi, dimostrando grande abilità nel costruirli e nel renderli credibili. Ma di esilarante c’è poco o nulla, salvo considerare come tale la parlata in dialetto veneto di Zeno, che sarebbe come dire che le commediole cinematografiche di adesso fanno ridere perché i personaggi si rimbeccano parlando in romanesco.
I folgorati sono i sopravvissuti alla scarica di un fulmine. Dal quel momento sanno e sentono di non essere più gli stessi, e che la scarica elettrica ha lasciato il segno. Metafora azzeccata dei sopravvissuti a una malattia potenzialmente mortale, che però rimane accennata, poco esplorata pur contenendo il seme di una visione più corale e utile a sdrammatizzare. Ma l’umorismo, almeno in questo caso, non sembra appartenere alla Bissoli. Il mondo raccontato dall’autrice appare asettico come una stanza d’ospedale, rigido come una serata invernale, e nell’insieme la lettura procede fino alla fine con pochi sussulti che lasciano il segno.
Testo di Michele Lamonaca
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