Si può esordire con un’opera che cambia per sempre il genere letterario di appartenenza, regalando di fatto un archetipo narrativo al cinema d’azione? Raymond Chandler lo ha fatto con ‘Il grande sonno’.
Poche sono le opere che hanno avuto un’influenza così profonda e vasta come il primo romanzo di Raymond Chandler. Stufo del giallo deduttivo, tutta teoria e zero realismo, all’età di 51 anni lo scrittore statunitense segue la scia del collega Dashiell Hammett, inventore del genere hardboiled, dando alla luce l’investigatore privato Philip Marlowe.

Il grande sonno illumina il mondo della letteratura poliziesca come un nuovo sole spuntato all’orizzonte. Con la sua penna Chandler rimodella come se fosse creta l’immagine sfavillante della Los Angeles degli anni trenta. Tra le sue mani non è più la mecca del sogno americano dove Hollywood produce in serie sogni a occhi aperti. Attorno agli infiniti boulevard adorni di palme e insegne luminose, la città degli angeli nasconde il suo lato oscuro e deforme. Chandler punta i riflettori sui vicoli ombrosi e sui retrobottega luridi, zona franca abitata da malavitosi incalliti, sicari micidiali, e da un’umanità bistrattata che vive di espedienti, spesso ai limiti della legalità.
Il grande sonno di Raymond Chandler: pro e contro
Nelle ricche ville a schiera germinano esistenze oscure, tormentate, malate, che nemmeno le grandi fortune riescono a guarire. Marlow se ne accorgerà un volta messo piede in casa Sternwood. Tra marmi e broccati si annida la promiscuità con il crimine organizzato e il contrabbando di oscenità. Il padrone di casa, un generale in pensione prossimo alla dipartita, ha deciso di ingaggiare un investigatore privato perché qualcuno sta ricattando sua figlia Carmen.

Marlow accetta l’incarico che lo condurrà nei sordidi anfratti di Los Angeles fino a scoprire, sul conto di Carmen e della sorella maggiore Vivian, segreti inconfessabili al povero generale. Ha così inizio un’avventura nei bassi fondi della metropoli californiana, che Marlow affronta impugnando un’arma che non s’era mai vista prima, forse l’intuizione più geniale di Chandler. Philip Marlow, uomo navigato fino alla disillusione e al cinismo, affronta e disarma i suoi avversari con l’ironia. Le sue battute sagaci sono frecce con la punta avvelenata dal sarcasmo. In questo modo Marlow dileggia i criminali che gli puntano contro la pistola, deride i poliziotti ipocriti, umilia l’arroganza dei ricchi e dei potenti. Non solo un modo per esorcizzare la paura ma anche il mezzo per denunciare e farsi beffa delle turpitudini di una società che nasconde le sue piaghe purulente sotto lustrini e paillettes.
A trovargli un difetto, il romanzo di Chandler potrebbe deludere i puristi del giallo deduttivo, adoratori della perfetta concatenazione degli indizi, che come le briciole di Hansel devono condurre all’assassino in maniera logica. Ma è poca roba rispetto al mondo costruito e raccontato dallo scrittore americano. Le descrizioni rapide e argute colgono l’essenza dei personaggi e degli oggetti senza lasciargli scampo. I dialoghi taglienti risuonano nell’aria come frustate. L’umorismo di Marlow disarma anche le reticenze del lettore più esigente.
Chandler ha inventato l’eroe che si prende gioco del pericolo e del potere. Una figura che ha conquistato in tempi rapidissimi prima il mondo della letteratura e poi quello del cinema, trasformandosi in archetipo narrativo. Cominciate a far mente locale sui protagonisti dei film d’azione che in pericolo di vita affrontano il cattivo di turno con battute dissacranti, e non finirete più di contare. Sono tutti figli di Chandler, fratelli minori di Marlow. Un lascito che continua a partorire epigoni incapaci di eguagliare l’originale.
Testo di Michele Lamonaca
Riproduzione riservata