Il capolavoro ritrovato Chess of the Wind di Reza Aslani è un film pittorico, un’allegoria dei conflitti sociali che ieri come oggi lacerano l’Iran
Se la dominante colore di un film tende all’ambra e ai suoi gradienti, state pur certi che vi apprestate a vivere da spettatori un dramma opprimente, i cui protagonisti sono in conflitto tra loro e afflitti singolarmente da pensieri torbidi. Una scelta cromatica perfettamente in sintonia con la tragedia familiare messa in scena dal regista iraniano Reza Aslani nel film Chess of the Wind del 1976.

Nell’Iran del 1915 una sontuosa residenza è il teatro della lotta spietata tra i membri per nascita e acquisiti di una ricca famiglia per accaparrarsi l’eredità dopo la morte della matriarca. La storia riprende temi cari al teatro e alla letteratura. Shakespeare ha scritto più volte dell’avidità e della sete di potere che degenerano in violenza, mettendo in discussione i legami di sangue e parentali. Edgar Allan Poe, con La caduta della casa degli Usher, trasforma l’eredità in una maledizione, una prigione psicologica che consuma mortalmente i discendenti di una famiglia importante.
Reza Aslani fa sua questa eredità artistica per trasformarla in un’allegoria delle lotte politiche e dei conflitti sociali che negli anni ’70 fecero della nazione iraniana una polveriera. Il film uscì qualche anno prima della Rivoluzione islamica che segnò il passaggio di consegne tra due regimi ugualmente oppressivi, la monarchia dello scià e la repubblica ispirata alla legge coranica.
Accolto in maniera negativa dalla critica del suo paese, il film fu vietato con la nascita della Repubblica islamica. Le copie andarono perdute e solo nel 2014 il figlio del regista trovò per puro caso, in un negozio di antiquariato a Teheran, i negativi originali del film. Grazie al restauro della Cineteca di Bologna in collaborazione con la Film Foundation di Martin Scorsese, Chess of the Wind è tornato a nuova vita, offrendoci la possibilità di ammirare un dipinto Qajar in movimento.
Chess of the Wind di Reza Aslani: pro e contro
Aslani appartiene a quella progenie di registi che si piazzano davanti alla cinepresa avendo in mente riferimenti pittorici molto precisi da traslare su pellicola. Come ha spiegato lo stesso regista iraniano, due sono gli artisti che lo hanno ispirato visivamente durante le riprese del film. Il primo è Dürer col suo modo di usare le mani nei dipinti così da suggerire un’immagine in movimento in una precisa dimensione spazio-temporale. Celebri gli schizzi preparatori che il pittore tedesco dedicava a questa parte anatomica. Aslani fa la stessa cosa dedicando più di un’inquadratura alle mani dei personaggi, raccontando attraverso la gestualità propositi e stati d’animo.

Il secondo artista scelto come punto di riferimento da Aslani è Mahmoud Khan Malek al-Sho‘ara, pittore iraniano del XIX secolo. Per il regista il dipinto Estensakh si è rivelato fondamentale per la costruzione dell’atmosfera cospiratoria del film attraverso la luce e il colore. Malek al-Sho‘ara è stato un interprete della pittura Qajar, che prende il nome dalla dinastia che regnò in Persia dal 1794 al 1925. Il quadro risale agli ultimi anni del XIX secolo, in sintonia col periodo storico in cui è ambientata la faida familiare, che come detto si svolge nel 1915, pochi anni dopo la trasformazione della monarchia Qajar da assoluta a costituzionale come esito finale della lotta tra i conservatori e le forze modernizzatrici.
In realtà l’influenza della pittura Qajar è leggibile in ogni scena del film. Aslani pone l’immagine al di sopra della parola. Quando la sceneggiatura barcolla, facendosi troppo semplicistica e a volte ingenua, la composizione visiva conserva una potenza comunicativa che rapisce. Le inquadrature sono quasi esclusivamente statiche, con pochissimi movimenti di macchina, piatte perché prive di prospettiva, ma perfettamente simmetriche. L’obiettivo è puntato su protagonisti immobili in pose ieratiche, stereotipate, esattamente come i dipinti Qajar dedicati a nobili e notabili per trasmettere un’immagine di forza e rispettabilità.
Nelle stanze della casa padronale, riccamente arredata con tappeti persiani e quadri, la flebile luce proveniente dalle finestre con le tende damascate diventa ancora più sinistra di sera, quando le lampade ad olio proiettano sui muri e nelle stanze chiaroscuri e ombre che evocano continuamente il pericolo nascente dai complotti e dalle macchinazioni messe in atto dai protagonisti della storia. Nessuno è ciò che sembra. Nessuno è dalla parte della ragione. La figlia paralitica della matriarca, la sua serva fedele, il patrigno e i suoi nipoti sono accomunati dall’interesse personale, pronti a tradire sé stessi e gli altri pur di salire la scala sociale rappresentata dalla scalinata interna del palazzo che porta ai piani superiori, sulla quale tutti sostano simbolicamente mentre rivendicano diritti e ordiscono piani cruenti.
Gli accadimenti si fanno sempre più brutali, interrotti da un intermezzo ripetuto più volte, ambientato nel 1925. Scelta drammaturgica di Aslani che utilizza il gruppo di lavandaie impegnate a sciacquare i panni nella grade vasca del palazzo come un coro greco che spettegola sulle difficoltà della gente comune, portando alla luce dettagli dimenticati e quasi sempre riprovevoli sui protagonisti della faida familiare.
Dopo una scena saffica resa estremamente conturbante dal solo intreccio delle mani che si cercano e si accarezzano, arriva la resa dei conti finale, in cui Aslani non risparmia nessuno e dà ulteriore prova di grande artista visivo ritagliando spazi e atmosfere in cui l’incubo abita la realtà. La quiete dopo il sangue versato non ha nulla di riparatorio, anzi, ha il sapore amaro della liberazione incompiuta. A questo punto la macchina da presa si solleva oltre i tetti della residenza padronale svelando i palazzoni in cemento della Teheran del 1976. Perché tra la monarchia e la Repubblica islamica non v’è alcuna differenza. È sempre e solo una lotta per il potere. Messaggio politico che costò l’oblio a un gioiello fortunatamente ritrovato.
Testo di Michele Lamonaca
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