Il romanzo La Tempesta di Emilio Tadini è il resoconto straziante e commovente delle ultime ore di vita del vecchio Prospero, un uomo che ha perso tutto e si aggrappa alla pazzia per anestetizzare il dolore.
Forse fin troppo letterario nella forma, ma capace di osare nel contenuto, La Tempesta di Emilio Tadini è un romanzo del 1993 che attraverso le parole di un testimone diretto narra le ultime ore di vita del vecchio Prospero, commerciante di panni usati, assediato dalla polizia nella sua vecchia palazzina, alla periferia di Milano.

La moglie è una delle tante vittime del marketing spirituale che promette la salvezza in luoghi esotici. Ha abbandonato Prospero per raggiungere un santone in India. La figlia, tossicodipendente schiava dell’eroina, ha fatto altrettanto imbarcandosi in un giro del mondo autodistruttivo. L’intimo di sfratto è l’ultimo inaccettabile sfregio a un’esistenza ridotta in frantumi. Al vecchio Prospero non resta che barricarsi tra le mura fatiscenti della sua palazzina, aiutato dal Nero, venditore ambulante di colore a cui ha dato rifugio.
Il ruolo di voce narrante spetta al giornalista che riesce a farsi accogliere dal vecchio nella speranza di scrivere una storia da prima pagina che risollevi le sue sorti di cronista. Seduto in poltrona nella casa del vecchio, farà la sua deposizione sotto gli occhi attenti del commissario di polizia, tra nastri registratori che a stento riescono a contenere il racconto, e l’andirivieni di agenti indaffarati nei rilievi dopo che la tragedia ha avuto il suo epilogo.
Recensioni letterarie senza sconti, La tempesta di Emilio Tadini: pro e contro
Emilio Tadini, figura poliedrica e cruciale della cultura italiana del Novecento, ambienta il suo romanzo nella Milano che è ancora “da bere” nonostante sia già scoppiato il caso “Mani pulite”. Ma lo fa occupandosi dell’altra faccia della Capitale della Moda, quella delle periferie abitate da un’umanità fragile. La figura del vecchio Prospero è quanto di più lontano ci possa essere dai negozi di lusso in via Montenapoleone e dagli aperitivi nei locali di grido. La vita gli ha portato via gli affetti più cari e adesso vuole strappargli l’unica cosa che gli resta, la palazzina fatiscente che chiama “Isola”.

I riferimenti del romanzo all’omonima opera shakespeariana sono evidenti. Ma il Prospero di Tadini non è un mago. Per sfuggire alla sua triste sorte ricorre all’unico incantesimo concessogli, quello della pazzia. Scelta drammaturgica nella quale è difficile non ravvisare un altro riferimento letterario, questa volta italiano. Eduardo De Filippo più volte ha messo al centro delle sue opere la pazzia -spesso simulata – come via di fuga da una realtà scomoda, inaccettabile, e allo stesso tempo in grado di smascherare le meschinità nascoste come polvere sotto il tappeto nel mondo dei sani di mente.
Il giornalista, accompagnato da Prospero in una visita guidata della palazzina malridotta, si accorge fin da subito che il suo Virgilio ha perso la brocca. Il tour è un lento inabissarsi nell’inferno mentale dell’anziano. Come un novello Don Chisciotte, Prospero trasfigura la miseria racchiusa nella sua magione. Ogni stanza, ogni angolo, attraverso la lente deformante della pazzia, diventa l’allegoria di una mancanza, di un desiderio irrealizzabile, di una speranza ancora viva. Allucinazioni necessarie per sopravvivere alla realtà dolorosa di chi ha perso tutto, anche sé stesso.
Gli animali spelacchiati che vegetano in cortile, ridotti allo stremo delle forze, diventano con la forza dell’immaginazione una collezione aristocratica di animali esotici. Lo scantinato, dove abiti femminili ormai lisi sono sospesi a un filo come fantasmi, diventa l’ipogeo dove celebrare il culto del femmineo perduto; la montagna di stracci logori, buttati per terra, è un ossario di ricordi, un’antologia di storie che Prospero s’incarica di custodire in memoria del passato. La stanza di sua figlia, apice del dolore, con le foto appese al muro come ex voto di un santuario che documentano il processo di autodistruzione intrapreso dalla ragazza, è per il padre la cappella votiva dove nutrire la speranza che lei ritorni a casa.
Il racconto-deposizione del giornalista oscilla come una nave nella tempesta tra l’orrore e la compassione. Da cronista e testimone diretto riporta per filo e per segno i filosofeggiare delirante di Prospero. L’enfasi dei ragionamenti di una persona mentalmente disturbata è resa in prosa dall’impiego sistematico, e per questo a volte eccessivo, delle inversioni sintattiche. Scelta stilistica che consente a Tadini di mantenere un tono colloquiale che risulti solenne e poetico anche per le farneticazioni logorroiche di un pazzo.
Ma il tono di Prospero è lo stesso del giornalista e del commissario, tanto che in alcuni casi si fa fatica a distinguerli e sembra di ascoltare la stessa persona. Tutti e tre, compreso il vecchio, sono assidui frequentatori di letture importanti. Sembrano le teste di una creatura tricefala, chiamate a condividere gli stessi tormenti, gli stessi dubbi, gli stessi insuccessi.
Tutti filosofeggiano nel romanzo di Tadini. Finanche il Nero, che difende l’isola del vecchio a colpi di fucile sparati in aria per tenere lontana la polizia. E intanto il giornalista, raccontando i fatti accaduti nella palazzina, sarà costretto ad ammettere a sé stesso la riuscita mediocre di uomo e cronista, riflessa come da uno specchio dal tracollo psicologico di Prospero. La visionaria incalzante deposizione andrà avanti fino al tragico epilogo, ricca di dettagli, di sfumature, di digressioni personali, incupita dall’orrore nascosto dietro le allucinazioni del vecchio, e illuminata da bagliori di verità che solo i pazzi sanno irradiare, quando tornano a guardare il mondo, abbandonando per un attimo la bolla nella quale sono prigionieri.
Testi di Michele Lamonaca
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