Il film Lost Highway (Strade perdute) è la realizzazione perfetta del Surrealismo secondo David Lynch: il puro nonsense sostituito dalla presenza contemporanea di concretezza e astrazione.
Più volte David Lynch ha ribadito l’amore per Breton e i suoi seguaci, a cui deve molto, ma dai quali si è distaccato per elaborare una versione personale del Surrealismo, mettendo da parte il puro nonsense. Le storie possono contenere allo stesso tempo realtà e sogno, concretezza e astrazione – come ha spiegato più volte nel corso della sua carriera – diventando il modo per intuire verità che le parole non sanno spiegare.

Il rimando pittorico è d’obbligo quando ci si avvicina all’opera cinematografica del regista americano. Lynch ha fatto il suo ingresso nel mondo delle arti dipingendo, mestiere che non ha mai abbandonato, e lui stesso si è definito “un pittore che fa film“. Il Cinema gli ha fornito gli strumenti per realizzare “dipinti in movimento“, ispirandosi alla pittura deforme, contorta e dinamica di Francis Bacon, artista che per stessa ammissione di Lynch, è quello che più l’ha influenzato.
Lost Highway del 1997 è tutto questo messo assieme. Una sequenza di quadri in movimento che sgambettano continuamente il senso per esplorare una realtà superiore, quella del sogno e dell’inconscio. Lost Highway è un meraviglioso rompicapo. Volendo semplificare fino all’osso è la versione surrealista dei film noir degli anni 40′, con tanto di omicidi, femme fatale e boss malavitosi. La scelta del genere noir non è casuale: “C’è un’atmosfera ammaliante e magnetica. C’è così tanta oscurità e tanto spazio per sognare. Ci sono misteri, ci sono persone in difficoltà e inquietudini“, ha spiegato Lynch alla rivista Filmmaker.
L’idea principale del film nasce dalla sua ossessione per il caso O.J. Simpson. Com’è possibile che una persona, dopo aver ucciso qualcuno, possa continuare a vivere come se niente fosse? Interrogandosi sulla questione, Lynch ha scoperto l’esistenza della Fuga psicogena, un disturbo dissociativo innescato da traumi talmente insopportabili che la mente, come gesto di autodifesa, evade dalla realtà spingendo chi ne è affetto ad allontanarsi da casa, con amnesie e confusione sul passato, fino ai casi più estremi in cui si arriva ad assumere una nuova identità. Nasce così Lost Highway, opera che può essere suddivisa idealmente in tre atti.
Lost Highway di David Lynch: pro e contro
Nel primo atto Fred Madison (Bill Pullman), musicista Jazz, è sposato con Renée (Patricia Arquette). Una mattina l’uomo risponde al citofono di casa e una voce gli dice: “Dick Laurent è morto“. Questo nome non gli ricorda nulla e affacciandosi alla fine finestra non vede nessuno. Nel frattempo s’intuisce che la relazione con Renée non funziona. Fred ha il sospetto che lei lo tradisca. Il mattino seguente, sulla porta di casa, trovano una busta contenente una videocassetta sulla quale sono registrate riprese esterne della loro abitazione. Qualcuno li sta spiando. Scoperta inquietante che darà il là a un crescendo di eventi altrettanto sinistri e soprattutto inspiegabili.

La riuscita combinazione della realtà quotidiana e dell’astrazione onirica in questo primo atto deve molto non solo agli eventi misteriosi e ai tempi dilatati, ma anche alla composizione visiva. Le inquadrature dal basso e le panoramiche dall’alto evocano in continuazione una presenza estranea che incombe sui protagonisti. Il rosso e il nero si rincorrono negli oggetti, negli abiti, e nelle luci della fotografia – firmata da Peter Daming – come eleganti presagi di sventura. Un corridoio può trasformarsi nell’antro oscuro di una caverna che ingoia e risputa Fred. Ombre in movimento sui muri e strani bagliori alle finestre preannunciano qualcosa di terribile, che avverrà di lì a poco. Indimenticabile l’uomo misterioso (Robert Blake) che spaventa Fred nella scena del party, dandogli dimostrazione di una soprannaturale ubiquità, per poi ricomparire più avanti in momenti cruciali.
Il primo atto si conclude con Fred rinchiuso in un carcere di massima sicurezza con l’accusa d’aver ucciso Renée, in attesa di essere giustiziato sulla sedia elettrica, sebbene lui non ricordi nulla dell’omicidio. Ed è qui, nello spazio angusto della cella, che ha inizio il secondo atto. Forse la parte migliore del film. Lynch, che fino a questo momento ha giocato con lo spettatore sabotando continuamente la trama, spezzando il filo logico che lega gli eventi di una storia convenzionale, porta questo gioco a un livello di difficoltà superiore.
Ancora una volta, quando il bandolo della matassa sembra sul punto di sbrogliarsi, Lynch si fa beffe della relazione causa-effetto, così consolatoria difronte agli eventi più drammatici o imprevedibili. Fred, in cella, dopo una crisi che lo deforma alla stregua di un quadro di Bacon, diventa letteralmente il giovane Peter Daytona (Balthazar Getty). Le guardie e il direttore del carcere rimangono sbigottiti.
Il cambio d’identità, effetto collaterale della fuga psicogena, è un processo mentale, quindi interiore. Lynch lo rende un processo esteriore, corporeo. Il soggetto cambia sembianze. A questo punto la razionalità dello spettatore va in attrito con ciò che accade sullo schermo, la logica deraglia pericolosamente, eppure si rimane incollati a guardare questo secondo atto, avvincente nello sviluppo, perché ancora di più Lynch amalgama in maniera prodigiosa il concreto e l’astratto.
Pete non sa chi sia Fred, e sebbene non ricordi nulla di ciò che gli è accaduto nelle ultime ore, non ha commesso alcun crimine. Con riluttanza le autorità sono costrette a rilasciarlo, ma due poliziotti lo pedinano giorno e notte. Pete torna alla vita di sempre, dai suoi genitori, dalla fidanzata, al suo lavoro in un’officina meccanica. Ma non è come sembra. Ecco l’ennesimo colpo di genio di Lynch.

Avete presente i sogni, dove le persone e gli oggetti che ci ruotano attorno di giorno si riaffacciano di notte sotto nuove vesti, in circostanze inusuali, come proiezioni delle nostre paure, dei nostri desideri e delle nostre frustrazioni? Ebbene, poiché sono la stessa persona, il mondo di Pete viene abitato progressivamente da proiezioni materiali dell’inconscio di Fred, che evidentemente abbonda di ricordi e pensieri rimossi a seguito della Fuga psicogena.
Per cominciare l‘auto di Pete è la stessa di Fred, solo che la carrozzeria è verniciata di nero, anziché di rosso. Poco dopo ecco apparire Renée, che adesso si chiama Alice, in compagnia del boss Dick Laurent (Robert Loggia) di cui è amante. In questo modo il passato equivoco della donna, fatto di tradimenti e di filmini a luci rosse che hanno travolto Fred rendendolo un omicida, verrà trascinato nel presente di Pete fino alle estreme conseguenze.
Lynch arreda il mondo del ragazzo con pezzi di vita del suo alter ego. Dick Laurent, che per Pete nutre un’innata simpatia, gli offre una videocassetta come quella del primo atto, solo che è un film porno. Alla radio c’è l’assolo di sassofono che Fred suona in una delle prime scene e che provoca un malore nel ragazzo, come se stesse risvegliando la sua vera identità. Questi sono solo alcuni degli elementi narrativi che si susseguono a ritmo costante, dimostrando la contiguità tra il passato di Fred e il presente di Pete. Nel frattempo l’anima noir del film prende corpo. Pete, manco a dirlo, s’innamora di Alice al primo sguardo, accettando di diventare il suo amante segreto, nonostante la pericolosità di Laurent.
Provando a completare la lettura psicanalitica di questo secondo atto, i genitori impotenti e addolorati di Pete sembrano tanto la personificazione del senso di colpa di Fred, l’ex fidanzata del ragazzo è l’emblema dell’amore sano e sincero che lo stesso Fred avrebbe voluto da sua moglie, mentre l’uomo misterioso altri non è che la proiezione della parte malvagia nascosta nella psiche del protagonista. Quanto ad Alice, che si rivela scaltra e bugiarda, niente affatto pentita dei sui torbidi trascorsi, è l’incarnazione perfetta dei sospetti nutriti da Fred sul passato di Renée. Una femme fatale in grado di manipolare Pete convincendolo a compiere un reato con la falsa promessa di fuggire assieme, tra crude e dolorose rivelazioni sulla vera natura della donna.
La coppia fugge quindi nel deserto dove ha inizio il terzo atto, nel quale la convivenza tra sogno e realtà si fa ancora più densa, giungendo al finale che è l’apice del sabotaggio logico. Lynch trasforma il concetto di Eterno Ritorno in una storia o meglio in un incubo circolare. Lost Highway è anche questo, un cane che si morde la coda. L’affresco ammaliante, magnetico, di un circolo vizioso tracciato dalla gelosia, dalla lussuria, dalla violenza, dall’avidità e dalla mercificazione dei corpi. Strade perdute, senza ritorno.
Testo di Michele Lamonaca
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