Con il suo ultimo film, Father Mother Sister Brother, Jim Jarmush lancia un atto d’accusa contro i genitori della sua generazione, quella dei boomer, senza la solita ironia graffiante.
Leone d’Oro a Venezia nel 2025, con Father Mother Sister Brother Jim Jarmush mette in scena una rappresentazione pessimistica del legame sulla carta più forte e duraturo, quello di sangue tra genitori e figli, vincolo che dalla notte dei tempi funge da fondamenta dei consorzi umani. Eppure l’uomo contemporaneo sta riuscendo nell’infelice impresa di annacquarlo – sembra dirci Jarmush – tanto che la famiglia è diventata una sorta di “Desolandia”.

Espressione che ritorna come un tormentone nei tre episodi che compongono il film, intitolati Father, Mother, Sister Brother, ambientati rispettivamente in un cottage isolato tra i boschi del New Jersey, in una casa a schiera di Dublino e tra i quartieri ottocenteschi di Parigi. In ogni singolo capitolo ci sono altri tormentoni, veri e propri schemi narrativi che si ripetono per suggerire la condivisione delle stesse tensioni assieme ad un unico atto d’accusa.
Il film di Jarmush sembra un regolamento di conti con la sua generazione, quella dei boomer, descritta in maniera impietosa. L’istituzione della famiglia sembra più una rappresentazione teatrale che la culla di rapporti sinceri, e la colpa di questa mistificazione è soprattutto dei genitori. Gli schemi narrativi ripetuti in ciascuna delle tre storie riflettono alcuni degli aspetti più significativi di questa deflagrazione.
Da sempre le storie di Jarmush grondano di esistenzialismo. Il senso alla vita va dato giorno per giorno attraverso le scelte personali, ma nel farlo i personaggi portati sul grande schermo dal regista americano girano a vuoto, vi rinunciano o si appigliano a ideali e a codici valoriali non convenzionali, stravaganti per non dire bizzarri. In questo modo Jarmush ha plasmato figure che sono eroiche all’incontrario. Solitari che si autoescludono per libera scelta dal mondo infiocchettato di convenzioni e che fanno dell’incompiutezza o della realizzazione personale un capolavoro talmente estraneo dall’ordinario da diventare memorabili.
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmush: pro e contro
In Father Mother Sister Brother non c’è nulla di memorabile se non gli schemi che si ripetono in ciascuna delle tre storie, fissandosi nella mente dello spettatore. Gli skater che attraversano la strada divertendosi in acrobazie sono la spensieratezza e la leggerezza di spirito negate ai protagonisti. Prendere un the o un caffè è il rituale che aiuta ad allontanare in maniera fittizia il gelo dei rapporti spezzati. Il rolex, vero o fasullo che sia, è il correlativo oggettivo di menzogne e verità sottaciute.
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Nel primo episodio intitolato Father, i fratelli Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik) dopo tanto tempo vanno a far visita al padre (Tom Waits) che intanto prepara la scena mettendola in disordine per conferire un’aria modesta alla sua abitazione. Lungo il viaggio di andata, tra strade e boschi innevati, nelle parole dei due fratelli serpeggia il sospetto che il loro vecchio, da sempre sfuggente, sia anche un imbroglione. Uno che approfitta del temperamento accomodante di Jeff solo per raggranellare soldi, con la scusa di interventi di riparazione al cottage. Il sospetto che menta verrà alimentato da piccoli dettagli, dalle reticenze dell’anziano, trovando conferma nel finale a sorpresa, assieme alla certezza che Jeff continuerà ad aiutarlo perché sente ancora il bisogno di una figura paterna.
Nel secondo episodio intitolato Mother le sorelle Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps) raggiungono la madre (Charlotte Rampling), scrittrice di successo, nella sua elegante dimora. Madre e figlie s’incontrano solo una volta l’anno, per bere il tè assieme. E si scopre subito che dietro l’aspetto curatissimo e i modi rigidamente perbenisti della scrittrice si nasconde una profonda fragilità. Per prepararsi all’incontro ha bisogno di una seduta telefonica con il suo terapeuta.
Più i minuti passano e più ci si rende conto che le ragazze sono le due facce della stessa medaglia, il risultato inevitabile di un’educazione severa impartita da una madre di successo, divisa tra creatività e rigidi costumi. Timothea, la maggiore, muore dalla voglia di apparire perfetta agli occhi della madre e per questo soffre di un’insicurezza cronica. Lilith, la minore, è la ribelle dai modi sboccati che ha disconosciuto le regole materne, e che nasconde per quieto vivere, dietro un mare di bugie, il suo vero stile di vita.
I primi due capitoli dell’ultimo film di Jarmush sono pressoché speculari. Che si tratti di un padre evanescente o di un madre oppressiva, la figura genitoriale si è resa estranea al sangue del suo sangue. Ha creato una distanza non tanto geografica, quanto emotiva, immortalata dalle inquadrature strette sui gesti goffi o eccessivamente cerimoniosi, sugli sguardi privi di convinzione e colmi d’imbarazzo che s’incrociano a malapena. La figura del genitore continua a far presa sui figli maggiori, sebbene in maniera distruttiva, meritando lo sguardo cinico e disilluso dei figli minori. Le riunioni di famiglia diventano un atto doloroso, un gioco delle parti che è meglio diradare nel tempo.
Nel capitolo finale, Sister Brother, questi temi vengono trattati in maniera confusa, ambigua, all’insegna della malinconia. I gemelli Billy (Luka Sabbat) e Skye (Indya Moore) si ritrovano in virtù della perdita dei genitori, che si sono schiantati sull’arcipelago delle Azorre a bordo di un aeroplano leggero, pilotato dal padre. Attraverso i ricordi del ragazzo e della ragazza si comprende quanto i genitori fossero in realtà inafferrabili, condividendo uno stile di vita eccentrico, sregolato. Due adulti con scarso senso di responsabilità, in ritardo con l’affitto ma alla costante ricerca di esperienze fuori dall’ordinario. Evidenza confermata da ciò che Billy scopre nel rovistare tra foto e documenti. Il padre e la madre nascondevano un passato che i due ragazzi nemmeno immaginavano. Questo è l’unico tema trattato in maniera chiara: l’impossibilità di conoscere fino in fondo le persone più amate come solo i genitori possono esserlo. Al contrario, rimane sullo sfondo, quasi impercettibile, l’influenza avuta dalla madre e del padre sui due giovani.
In definitiva, pur essendoci le potenzialità e le intenzioni, Jarmush non riesce mai a sfoderare l’umorismo surreale, caustico, che lo ha reso uno dei cineasti più originali della sua generazione. Father Mother Sister Brother lascia insoddisfatti. La voce del regista americano risuona tre ottave sotto il tono beffardo e penetrante delle sue opere migliori. È vero, le trame ridotte all’osso e il ritmo contemplativo sono le specialità della casa, ma in questo caso lo sguardo di Jarmush sembra assai passivo. Fin troppo dimesso per uno che ha saputo guardare il mondo con l’irriverenza del giullare e l’acutezza del poeta.
Testo di Michele Lamonaca
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