Il film Here di Robert Zemeckis regala un grande impatto visivo, ma gli effetti speciali e i troppi eventi raccontati ostacolano l’immedesimazione dello spettatore.
L’ultima fatica di Robert Zemckis appare per certi aspetti una riproposizione moderna del Kammerspiefilm, genere che assieme all’Espressionismo fece del cinema tedesco negli anni ’20 uno dei più innovatori in quella piccola grande rivoluzione che attraversò l’Europa, in rottura con il cinema Hollywoodiano di puro intrattenimento.

Ma cosa avrebbe detto Carl Mayer, teorico del Kammerspiefilm, una volta uscito dalla sala dopo aver visto Here? Mayer tradusse in linguaggio cinematografico le istanze intimiste e psicologizzanti del teatro Kammerspiel di August Strindberg. Le sue sceneggiature divennero la linfa vitale di alcuni capolavori del muto. Furono trasformate in immagini da registi come Lupu Pick e Friedrich Murnau. Probabilmente, nel film di Zemeckis, Meyer vi avrebbe visto un uso poche volte dogmatico e spesso lasco dei principi regolatori sui quali basò il suo lavoro.
Il regista americano applica in maniera radicale la regola degli ambienti ristretti. Blocca la cinepresa in un punto e le impedisce qualunque movimento, legandola a un’inquadratura fissa per tutta la durata del film. “La prospettiva unica non cambia mai, ma tutto ciò che la circonda sì“, ha spiegato Zemeckis nell’intervista rilasciata a Vanity Fair. “In realtà non era mai stato fatto prima. Ci sono scene simili nei primissimi film muti, prima che venisse inventato il linguaggio del montaggio“. Nel Kammerspiefilm gli spazi limitati, claustrofobici, erano il preludio a un’indagine psicologica dei personaggi. Una discesa nella sfera emotiva dei protagonisti, con l’obiettivo di portarne in superficie i conflitti, la parte oscura. Proposito presente anche nel film del regista americano. Ma è proprio nel passare dalle intenzioni ai fatti che Zemeckis tradisce Mayer e sé stesso.
Here di Robert Zemeckis: pro e contro
Ancora una volta il cineasta di Chicago torna a interrogarsi sul tempo, forse per esorcizzare questo fantasma invisibile che aleggia sulle vite di tutti e in gran parte della sua filmografia, soprattutto nelle opere che ne hanno decretato il successo mondiale. Nella saga di Ritorno al Futuro o in Cast Away – giusto per fare due esempi – lo scorrere del tempo fa da spartito a conflitti dilanianti e prove titaniche. Per questo motivo gli eroi di Zemeckis sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Ma in Here questo non accade.
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L’impatto visivo del suo ultimo film è di quelli che fa brillare gli occhi. Altra qualità del cinema di Zemeckis, spesso frutto di un uso pioneristico degli effetti speciali. È stato uno dei primi a maneggiare la CGI (Computer-Generated Imagery), l’animazione 3D e la motion capture, sempre per fini narrativi, regalandosi la libertà di portare sul grande schermo storie che altrimenti sarebbero rimaste ancorate alla parola scritta. Anche Here è frutto di questa sua inclinazione. Ha portato su pellicola l’adattamento cinematografico della graphic novel di Richard McGuire grazie alla tecnologia Metaphysic Live, basata sull’Intelligenza Artificiale, che gli ha permesso il ringiovanimento e l’invecchiamento facciale degli attori (Tom Hanks e Robin Wright) in tempo reale sul set, evitando una post-produzione massiccia. Ma Zemeckis non si è limitato solo a questo.
Per raccontare i cambiamenti avvenuti nello stesso posto nei secoli, per non dire nei millenni, in ordine non cronologico e quindi con salti in avanti e in dietro nel tempo, ha utilizzato riquadri sullo schermo – vere e proprie finestre temporali – per annunciare il passaggio da un’epoca all’altra o per metterle a confronto attraverso dettagli, simboli del progresso.
La cinepresa inquadra dinosauri che si rincorrono per azzannarsi; il meteorite che si infranse sulla terra estinguendoli; la foresta abitata da una tribù di nativi americani prima che arrivasse l’uomo bianco; l’epoca coloniale. E soprattutto il salotto della casa costruita all’alba del XX, dove la cinepresa è imprigionata per assistere all’avvicendarsi degli inquilini, come l’aviatore e la moglie contraria alla passione per gli aerei, l’inventore e la modella pin-up che vivono spensierati nei ruggenti anni Venti;
La permanenza più lunga è quella della famiglia di Al, veterano della Seconda Guerra Mondiale reinventatosi venditore, sposato con la casalinga Rose. La coppia avrà più figli, a partire dal primogenito, Richard, (Tom Hanks). Le loro vicende sono il nucleo centrale della diegesi, che abbraccia settant’anni di storia familiare tra conformismo, controculture giovanili e crisi economiche, scontri generazionali, sogni abiurati in nome di un lavoro solido, figli che crescono e genitori che invecchiano. Richard e sua moglie Margaret (Robin Wright) incarnano due opposti. La mancanza di coraggio a favore della scelta più comoda da una parte, e il desiderio di cambiamento e di indipendenza dall’altra, li costringerà per tantissimi anni in quella casa assieme ai genitori di Richard, con tutte le conseguenze che questo può avere su un rapporto di coppia. Dopo di loro toccherà a una famiglia di colore – la prima ad abitare nella casa – alle prese con gli stravolgimenti causati dalla pandemia del 2020.
I continui salti temporali testimoniano quanto gli esseri umani siano sempre uguali, a prescindere dalle epoche e dai progressi sociali e scientifici che le caratterizzano. Quanto lo scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli lasci in un luogo tracce di chi ci ha preceduti in grado di riconnettere generazioni differenti. Come il tempo sia in grado di trasformare uno spazio nel simbolo di una fase o di un’intera un’esistenza, nel contenitore affettivo capace di ridestare ricordi che sembravano irrimediabilmente persi. Allargando la visuale Here è una riflessione sulla caducità delle cose, sulla morte e quindi sul tempo come bene prezioso, non durevole, che fugge alle nostre spalle, e da usare quindi in maniera degna, se non si vuole annegare nei rimorsi e nelle recriminazioni.
Ma proprio in virtù dei continui passaggi da un’epoca all’altra, diventa impossibile per lo spettatore immedesimarsi con uno dei personaggi, con le storie nella storia raccontate da Zemeckis. Al contrario di quanto prevedeva il Kammerspiefilm, i personaggi sono tanti, troppi come gli eventi e i momenti emotivi, annacquando la forza narrativa e l’impatto emozionale del film. Così alla fine Here è afflitto dal paradosso che non si ha il tempo di focalizzare l’attenzione su nulla, stimolata e distratta com’è dai continui balzi temprali.
Nel film l’impermanenza di tutte le cose terrene e l’urgenza di vivere in maniera piena – due verità universali che Zemeckis vuole strappare al limbo dei luoghi comuni – diventano più un fatto estetico, attraverso l’uso pirotecnico di artifici visivi, che un fatto viscerale veicolato dall’esperienza conflittuale dei personaggi. Le soluzioni tecniche ostacolano il processo di empatia. L’immedesimazione dello spettatore viene sabotata e alla fine si resta insoddisfatti. Poco o nulla toccati da quello che si è visto, come davanti a un quadro dai colori sgargianti, che descrive la realtà in maniera didascalica, invece di trascenderla per aiutarci a conoscerla meglio.
Testo di Michele Lamonaca
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