Riflessioni intime sulla culture di massa

Fotogrammi per secondo (Fps) dal Cinema muto alla Realtà virtuale: viaggio nel cuore palpitante del Video

Tecnica, arte e percezione: quella dei Fotogrammi per secondo (Fps) è la storia stessa del Cinema e dell’immaginario visivo umano dal 1895 a oggi. 

Nel mondo dell’audiovisivo il concetto di fotogrammi per secondo, meglio noti come Fps, ha una rilevanza tanto importante quanto misconosciuta ai non addetti ai lavori. Dal punto di vista tecnico indica il numero di immagini singole (fotogrammi) proiettate in un secondo di film o video. Il fatto che questa successione risulti invisibile all’occhio umano poggia sul fenomeno fisiologico della persistenza retinica. L’occhio mantiene per una frazione di secondo l’immagine appena vista. Questo ritardo permette alle singole immagini proiettate a una certa velocità di fondersi creando la magica illusione di un unico movimento continuo.

Fotogrammi per secondo (Fps) dal Cinema muto alla Realtà virtuale
Fotogrammi per secondo (Fps) dal Cinema muto alla Realtà virtuale – parolepop.it

Ma gli Fps non rappresentano solo un fatto meccanico. Come sempre accade nel mondo del Cinema e dell’Audiovideo in generale, le scelte tecniche divento mezzi espressivi. La velocità di successione dei fotogrammi diventa un fatto estetico. Influenza profondamente il modo in cui lo spettatore vive il movimento, la fluidità e persino l’emozione di ciò che osserva. Il genio Carmelo Bene, intervistato da Daniele Formica, con poche parole ci aiuta a comprendere la valenza poetica degli Fps: “La pellicola ai tempi di Chaplin, del muto, girava a dieci fotogrammi al secondo. Beh, è facile far ridere. Ci vien da ridere anche a noi quando acceleriamo in moviola…“.
Provocatore e iconoclasta come sempre, Bene riassume l’estetica del cinema muto, la magia scattosa dei primi film, sottolineando l’importanza delle frequenza dei fotogrammi (Frame rate).

All’inizio del XX secolo il cinema appena nato poteva avvalersi di tecnologie ancora agli albori. Le prime cineprese erano meccaniche, azionate a manovella. La velocità con cui il cameraman girava la manovella determinava direttamente quanti fotogrammi venivano registrati al secondo. Non esisteva uno standard. In media i film muti venivano girati tra i 12 e 16 Fps, a volte anche meno o leggermente di più, a seconda delle capacità fisiche dell’operatore e del ritmo desiderato, che veniva appositamente rallentato nelle scene riflessive e velocizzato nelle scene d’azione.

Questa variabilità aveva un effetto immediato sulla percezione visiva. Quando i film venivano proiettati, spesso con un proiettore anch’esso manuale, il movimento appariva saltellante, accelerato o addirittura irregolare. Maestri della comicità slapstick come  Harold Lloyd, Buster Keaton e Charlie Chaplin, giusto per fare qualche nome, sfruttarono deliberatamente questa caratteristica nel portare su pellicola una comicità fondata sul linguaggio del corpo. Capitomboli, ruzzoloni, sganassoni, scivolate, piroette, salti, inseguimenti e altri generi di acrobazie non avrebbero avuto la stessa forza dirompente senza il ritmo “a scatti” che aumentava la dinamicità delle gag, rendendo i movimenti più rapidi, goffi, imprevedibili e quindi più divertenti.

Il fatto che con una bassa frequenza di fotogrammi, sotto i 16 Fps, il cervello umano percepisca un movimento segmentato, frammentato, non rappresentò un limite ma una risorsa drammaturgica. Il movimento rapido e spesso esagerato divenne cifra stilistica non solo per il cinema comico e d’azione, ma per l’intera filmografia del Muto. Grazie ai movimenti a strappi il Nosferatu di Murnau avanza in maniera irreale, come una marionetta inquietante e malvagia; le masse riprese da Sergej Ejzenštejn in Ottobre trasmettono l’urgenza, la tensione e la rabbia rivoluzionaria mentre sollevano pugni e vessilli al cielo o mentre assaltano il Palazzo d’Inverno; in Metropolis di Fritz Lang la marcia meccanica, robotica degli operai rende perfettamente l’oppressione disumanizzante esercitata sulle loro esistenze dal potere dei ricchi industriali.

Mentre il Cinema Muto sfornava capolavori sfruttando la bassa intensità di fotogrammi, la tecnologia diede un’ulteriore spinta alla Settima Arte con l’avvento del sonoro. Nel 1927 arriva sul grande schermi il film The Jazz Singer di Alan Crosland, il primo della storia con dialoghi sincronizzati. Sarà il punto di svolta. La sincronizzazione tra audio e immagini impose uno standard stabile: 24 Fps. 

La scelta non fu casuale. Un numero inferiore, come i 16 Fps del Muto, avrebbe comportato fluttuazioni nel tono della voce e una percezione irregolare del suono. Un numero superiore avrebbe richiesto più pellicola, facendo lievitare di molto i costi, senza un vantaggio sostanziale per l’orecchio umano. Così lo standard dei 24 fotogrammi per secondo divenne il nuovo riferimento tecnico e culturale per il cinema. Scelta che a cascata portò modifiche significative. Le cineprese manuali finirono in soffitta. Al loro posto arrivarono le cineprese dotate di motori elettrici per regolare il movimento della pellicola, allo scopo di garantire una velocità costante e uniforme. Lo stesso avvenne per i proiettori nelle sale cinematografiche, eliminando il rischio di accelerazioni o rallentamenti involontari.

Dal punto di vista espressivo, il passaggio a 24 Fps aprì nuove possibilità narrative. La fluidità dei movimenti permetteva scene d’azione più naturali. La sincronizzazione audio-video consentiva dialoghi più realistici, effetti sonori coordinati e musiche di accompagnamento più precise. Gli effetti comici e drammatici potevano essere calibrati con maggiore finezza, perché il ritmo del movimento non dipendeva più dalla forza del cameraman. La recitazione espressionista, obbligatoria nel Muto per trasmettere il senso delle vicende narrate in mancanza delle parole, divenne inutile. La gestualità accentuata, teatrale, fatta di movimenti ampi, bruschi, fortemente stilizzati, assieme alle espressioni facciali marcate con occhi sbarrati, sguardi intensi e mimica plateale, cedettero il passo alla recitazione naturalistica, a gesti ed espressioni che da allora mirano a rappresentare il comportamento umano in modo realistico, credibile e spontaneo.

Con il sonoro e i 24 Fps caddero i paletti che segnalavano, svelandola, la finzione artigianale del Cinema. La distanza tra lo spettatore e l’artificialità della narrazione sparì come per magia grazie al movimento fluido e alle scene dialogate. L’immedesimazione di chi sedeva nelle sale cinematografiche divenne totale. Il cinema non era più solo visivo, ma una sinfonia audiovisiva sincronizzata, capace di proiettare il pubblico in un’esperienza immersiva. Paradossalmente il cuora palpitante del cinema aumentò i battiti per rallentare la percezione del movimento così da accordarsi al ritmo naturale del mondo.

I fotogrammi per secondo oggi: l’audiovisivo come universo multiforme

Dagli anni ’20 del secolo scorso a oggi hanno preso piede nuovi media e quindi nuovi prodotti audiovisivi, sospinti dall’evoluzione tecnologica. Il passaggio dall’analogico al digitale, lo sviluppo delle scienze informatiche e la nascita del WEB sono tappe fondamentali di un processo storico che dall’era delle immagini ci ha portato all’era dei video. Il passaggio al WEB 2.0, avvenuto tra il 2001 e il 2004 grazie alla nascita di Wikipedia (2001), MySpace (2003), Flickr (2004) e WordPress (2003), ha offerto la possibilità a ogni utente di vestire i panni del creator di contenuti. A questa si è aggiunta la diffusione di massa degli smartphone, avvenuta tra il 2007 e il 2012, cha ha trasformato ogni possessore in un autore seriale di video realizzabili, condivisibili e pubblicabili con facilità irrisoria su una molteplicità di piattaforme.

I fotogrammi per secondo oggi: l'audiovisivo come un universo multiforme
I fotogrammi per secondo oggi: l’audiovisivo come un universo multiforme – parolepop.it

Si stima che solo su YouTube, nato nel 2005, attualmente vengano caricate circa 500 ore di nuovi video al minuto, numero che su base annua equivale a più di 260 milioni di ore video. Numeri stratosferici che tendono all’infinito se pensiamo a cosa accade sugli altri tre maggiori social network, ovvero Facebook (2004), Instagram (2010) e TikTok (2016).

Ogni media ha il suo numero standard di Fotogrammi per secondo. Il Cinema è rimasto fedele allo standard dei 24 Fps, per salvaguardare la propria estetica, il cosiddetto “look cinematografico”, percepito come naturale e confortevole dall’occhio umano. Ma alcuni continuano a sperimentare, sondando gli effetti dei 48 o dei 60 Fps. Peter Jackson, regista della trilogia Il Signore degli  Anelli,  per la successiva trilogia Lo Hobbit ha girato in 48 FPS  per rendere l’azione più nitida e realistica. La maggiore fluidità ha però delle controindicazioni. Per alcuni spettatori può risultate innaturale o troppo iperrealistica, creando una sensazione da soap opera indigesta in ambito cinematografico.

La Televisione tradizionale, nata ufficialmente in Inghilterra nel 1936 grazie alla BBC, utilizza 25 Fps per lo standard di trasmissione analogica PAL o 30 Fps per lo standard NTSC a seconda del paese. I servizi di streaming, diventati un fenomeno di massa nel 2005 con YouTube e nel 2007 con Netflix, adottano spesso 24 Fps per le produzioni cinematografiche e 30 Fps per contenuti televisivi standard.

I Videogiochi – il primo arcade commerciale è Computer Space del 1971 – rappresentano un mondo a parte. Innanzitutto gli Fps non indicano le immagini girate, ma la frequenza dei fotogrammi (Frame rate) con cui il motore grafico aggiorna lo schermo. Molti titoli viaggiano alla velocitò di 60 Fps e oltre, fino a 120 Fps su monitor avanzati. L’altissima frequenza rende i movimenti ancora più fluidi. L’esperienza interattiva del giocatore si fa più immersiva e funzionale aumentandone la reattività. Il giocatore percepisce maggiore controllo e precisione, fondamentale nei giochi d’azione o sportivi. Due esempi su tutti sono Fortnite e Call of Duty, giochi sparatutto criticati per la violenza realistica delle scene che è frutto anche della densità dei fotogrammi, col rischio di indurre soprattutto la mente dei giocatori più piccoli a confondere in maniera pericolosa la finzione con la realtà.

Su piattaforme come TikTok o Instagram, i video variano da 24 a 60 Fps. Video a 30 Fps sono più vicini all’estetica televisiva, mentre video a 60 Fps o superiori offrono una percezione iperrealistica, spesso più immersiva ma a volte artificiale. Molte app per la registrazione e la modifica dei video prevedono effetti di slow motion o time-lapse, giocando con Fps differenti per enfatizzare la drammaticità o l’effetto comico.

La Realtà aumentata e soprattutto la Realtà virtuale, la cui diffusione di massa iniziata negli anni ’10 del secolo in corso procede a rilento, giocano un’altra partita. Qui la frequenza è ancora più alta. I 90-120 Fps sono considerati il livello minimo per garantire massima immersione ed vitare nausea, vertigini, sudorazione e mal di testa. La Realtà aumentata produce meno effetti neurovegetativi perché non sempre richiede visori, potendo funzionare anche su smartphone o tablet semplicemente sovrapponendo elementi digitali al mondo reale tramite la fotocamera. La Realtà virtuale invece può dar vita con molta più facilità a manifestazioni del sistema nervoso autonomo perché richiede di indossare caschi o cuffie con schermo integrato (headset) in quanto l’utente dev’essere completamente immerso in un ambiente digitale tridimensionale. Lo scopo è sostituire completamente la percezione del mondo reale con uno virtuale, con tutte le critiche di natura etica e scientifica che un tale approccio non manca di sollevare. La percezione del movimento dev’essere estremamente fluida, perché il cervello è sensibile a qualsiasi ritardo o scatto, che può rompere l’illusione della realtà virtuale.

Tirando le somme, gli Fps non sono solo una questione tecnica, ma anche estetica ed emotiva. Oggi, la scelta degli Fps dipende dal medium e dall’esperienza desiderata: dalla percezione cinematografica classica, alla fluidità dei videogiochi, fino alla Realtà virtuale immersiva. Gli Fps influenzano ciò che percepiamo come naturale, realistico, emozionante o surreale. La loro evoluzione non è solo un racconto tecnico, ma anche un viaggio nella storia della percezione visiva e del linguaggio audiovisivo. Capire questo concetto ci permette di apprezzare pienamente la complessità del cinema, della televisione e dei media digitali: ogni fotogramma conta, ogni scelta estetica ha un impatto diretto sulla nostra esperienza emotiva.

Non li vediamo come singole immagini, ma li percepiamo come movimento, ritmo, vita. Dalla scattosa comicità dei pionieri del cinema muto alla fluidità iperrealistica dei videogiochi moderni, gli Fps raccontano una storia che unisce tecnica, arte e percezione. La storia dell’immaginario visivo umano da quando i fratelli Lumière, la sera del 28 dicembre del 1895, difronte a un pubblico pagante radunato nel Salon indien du Grand Café di Parigi, proiettarono il film La sortie des ouvriers de l’usine Lumière (L’uscita dalle officine Lumière).

 

Testo di Michele Lamonaca
Riproduzione riservata 

Facebook