Riflessioni intime sulla culture di massa

Il cinema di Robert Zemeckis: Viaggio dell’eroe, Tecnologia e Tempo

Negli ultimi quarant’anni il cinema di Robert Zemeckis si è imposto grazie a un istinto narrativo impareggiabile, unito all’uso pioneristico della tecnologia e all’ossessione per il tempo.

Nato a Chicago nel 1952, Robert Zemeckis ha portato sul grande schermo un cinema sognante, dosando con abilità alchemica gli effetti speciali potenziati dal digitale, il rapporto di odio e amore tra uomo e tempo e l’uso originale degli archetipi narrativi. Sono queste le caratteristiche che hanno permesso al cinema di Zemeckis di conquistare il pubblico di tutto il mondo.

Il cinema di Robert Zemeckis: viaggio dell'eroe, tempo e tecnologia
Il cinema di Robert Zemeckis viaggio dell’eroe, tempo e tecnologia – parolepop.it

Facendo leva su questi tre assunti e su un talento narrativo che ha pochi eguali, il regista americano ha attraversato tutti i generi, passando dalla fantascienza al fantastico, dall’avventura al thriller psicologico, dalla commedia al dramma, affermandosi come uno dei registi più influenti degli ultimi quarant’anni. Molte delle sue opere rifulgono come fotogrammi chiave nella breve e intensa storia della Settima Arte. Più di una volta i suoi film, come creature fantastiche, hanno messo radici fuori dalla sale cinematografiche influenzando la cultura di massa e consegnandole in alcuni casi nuovi archetipi. La saga di Ritorno al futuro, Forrest Gump per il quale ha vinto l’Oscar come migliore regista e Cast Away sono i capitoli di una narrazione mitologica del contemporaneo.

Il cinema di Robert Zemeckis: Viaggio dell’eroe

Il ritorno alla civiltà di Chuck Noland, contemplativo e finalmente sbarbato, dopo quattro anni passati in solitudine su un’isola deserta del Pacifico, e il ritorno al presente nella Hill Valley del 1985 del giovane Marty McFly, dopo un viaggio nel passato dove ha interferito con il Continuum Spazio-Temporale rischiando di essere “cancellato dall’esistenza”, trasmettono un tale senso di rinascita e appagamento che solo l’identificazione profonda con il protagonista di una storia sa regalare. Zemeckis induce lo spettatore a vivere per intero l’esperienza emotiva e introspettiva dell’eroe, a interiorizzarne le paure e in fine a considerarne la trasformazione in positivo come una speranza di crescita personale.

Il cinema di Robert Zemeckis: Viaggio dell'eroe
Il cinema di Robert Zemeckis: Viaggio dell’eroe – parolepop.it

Zemeckis ci riesce perché tocca le corde dell’inconscio collettivo che sono dentro di noi. Utilizza in maniera sapiente gli archetipi junghiani, quegli schemi di comportamento istintivo che il padre della Psicologia Analitica riconobbe e formalizzò come patrimonio innato della psiche umana. Lo fa in maniera naturale, perché possiede un istinto innato per la narrazione. Non ha bisogno del memorandum di sette pagine e poi del libro elaborato dallo sceneggiatore della Disney Christopher Vogler ad uso e consumo dei creativi hollywoodiani. Nel 1992 Vogler pubblicò Il viaggio dell’eroe (The Writer’s Journey: Mythic Structure for Storytellers and Screenwriters) semplificando e riorganizzando in 12 fasi e 7 personaggi principali il Monomito, sempre di ispirazione junghiana, dell’antropologo americano John Campbell, che nel 1949 con il saggio L’Eroe dai mille volti (The Hero with a Thousand Faces) rintracciò nei miti, nelle fiabe e nelle leggende provenienti da tutte le culture e le epoche storiche del mondo una struttura narrativa fondamentale e ricorrente.

Zemeckis, figlio di padre lituano e madre italiana, non ha bisogno del bignami semplificato e flessibile di Vogler. Già tra il 1984 e il 1990 s’impone come uno dei cineasti più dotati di Hollywood, sfornando successi mondiali: All’inseguimento della pietra verde nel 1984, Ritorno al futuro nel 1985, Chi ha incastrato Roger Rabbit nel 1988, Ritorno al futuro – Parte II nel 1989, Ritorno al futuro – Parte III nel 1990.

Nel corso della sua carriera, sia come sceneggiatore che come regista, Zemeckis ha dimostrato una sensibilità unica nel maneggiare con gande originalità gli archetipi narrativi. I suoi eroi vengono strappati al Mondo Ordinario da eventi che vanno ben oltre il consueto immaginario, catapultandoli in avventure che hanno l’aura dell’epica antica perché costellate di prove che nulla hanno da invidiare alle Dodici fatiche di Ercole, al labirinto del Minotauro di Teseo o alla ricerca del Vello d’Oro di Giasone.

Marty McFly nella saga di Ritorno al Futuro è costretto a viaggiare tra passato e futuro a bordo di un macchina del tempo per salvare sé stesso e la sua progenie. Chuck Noland di Cast Away finisce su un’isola deserta e disabitata a causa di una tempesta che ha abbattuto l’aereo sul quale volava durante un viaggio di lavoro. La scienziata Ellie Arroway di Contact intercetta un segnale radio di origine extraterrestre e cercherà di mettersi in contatto con gli alieni. Il funambolo Philippe Petit in  The Walk stravolge la sua vita per inseguire il sogno di camminare su un cavo d’acciaio appeso tra le Torri Gemelle. Mark Hogancamp di Benvenuti a Marwen si rintana in un mondo di fantasia, un villaggio per bambole, per sfuggire ai traumi di un pestaggio selvaggio. Nonna e nipotino in The Witches dovranno affrontare un intero plotone di streghe malvagie.

Come si evince da questi esempi Zemeckis sovente sceglie come antagonista un’Ombra gigantesca. Non solo esseri umani cattivi, avidi e invidiosi, presi singolarmente o come esponenti di un sistema di potere oppressivo ed escludente, ma anche forze naturali a prima vista imbattibili. Con la figura del Mentore, colui che aiuta l’eroe ad affrontare il viaggio, Zemeckis ci ha regalato personaggi indimenticabili. Basti ricordare “Doc” Emmett Brown di Ritorno al futuro, scienziato geniale e stralunato che incarna, seppur momentaneamente la figura dell’Imbroglione perché è lui a ficcare nei guai il giovane Marty, costringendolo ai viaggi nel tempo. E che dire di Wilson, il pallone da pallavolo che Chuck elegge quale amico e confidente per combattere la solitudine sull’isola deserta e mantenere la stabilità mentale, ma che allo stesso tempo rappresenta la proiezione psicologica delle paure più profonde del protagonista, oscillando per questo tra il Mutaforme e l’Ombra. In Contact la dottoressa Ellie Arroway riceve aiuti insperati dal signor Hadden, misterioso magnate che molte nazioni vorrebbero morto, il quale riconoscendo in lei doti oltre la media la prende a benvolere.

Discorso a parte merita Forrest Gump, protagonista dell’omonimo film, un giovanotto nato a Greenbow, piccolo paesino dell’Alabama, con un quoziente d’intelligenza sotto la media, che affronta con l’ingenuità di un bambino la storia ipertrofica degli Stati Uniti tra gli anni ’50 e ’90. Armato di pochi ma buoni consigli ricevuti in dote da una madre affettuosa, Forrest attraversa indenne un quarantennio che ha rivoltato l’America come un calzino. Vive con la purezza e la sensibilità di un bambino la rivoluzione culturale del Rock and Roll e della controcultura giovanile, la lotta per i diritti civili e contro la segregazione degli afroamericani, la Guerra in Vietnam cui partecipa uscendone incolume e l’esasperazione del consumismo, la diffusone dell’eroina e dell’Aids. A proteggere Forrest non c’è un Mentore in carne e ossa ma una mano invisibile che sembra proteggerlo e premiarlo in nome del suo candore e dei suoi sani principi.

C’è poi un aspetto che Zemeckis cura con grande attenzione e che rende ogni suo film un balsamo salvifico: la circolarità della storia.  Quando il racconto si conclude, l’equilibrio spezzato con la Chiamata all’avventura viene ristabilito dal Ritorno con l’Elisir. L’eroe ha portato a termine la sua missione dopo aver superato un’infinità di prove che lo hanno costretto a superare le sue debolezze e a trasformarsi in una persona migliore. Porta con sé quello che ha ottenuto nel Mondo Straordinario, che sia un oggetto o una nuova consapevolezza. In questa fase Zemeckis risolve tutte le trame secondarie, riunisce i punti sospesi, delineando la nuova normalità del protagonista. Fase fondamentale che il regista sfrutta a pieno per donare al pubblico il senso di completezza. Il finale nei film di Zemeckis genera la stessa soddisfazione di quando si risolve una complicatissima equazione matematica fino ad ottenere il risultato esatto. Una breve e illuminante esperienza della perfezione.

Il cinema di Robert Zemeckis: Tecnologia

Robert Zemeckis è uno dei massimi innovatori in campo cinematografico. Un pioniere nell’uso della CGI (Computer-Generated Imagery) e successivamente dell’animazione 3D, non per scopi meramente estetici ma sempre funzionali alla narrazione. Il regista americano ha colto da subito la potenzialità insita nel digitale: portare su pellicola le storie che prima potevano essere solo immaginate con il potere della fantasia e raccontate a parole.

Il cinema di Robert Zemeckis: Tecnologia
Il cinema di Robert Zemeckis: Tecnologia – parolepop.it

In occasione della presentazione del film d’animazione A Christmas Carol (2009), a proposito del 3D ha detto: “Inseguo sempre la storia, la sceneggiatura. Ma questo questo strumento magnifico che abbiamo ora ci permette di realizzare storie che non siamo stati in grado di fare nel modo in cui ora ci è data la possibilità“. Una scelta artistica che caratterizza gran parte della sua filmografia con picchi luminosi.

Nel 1988 realizza Chi ha incastrato Roger Rabbit, pietra miliare per l’integrazione di personaggi animati in modo tradizionale con attori e scenari dal vivo. In questo caso la CGI è stata utilizzata per aumentare il realismo delle scene, con l’aggiunta di ombre, luccichii e altri dettagli ai personaggi e agli oggetti con cui interagivano. Nel 1989 con Ritorno al Futuro – Parte II utilizza il sistema VistaGlide, un sistema computerizzato di carrelli che gli ha permesso di mostrare un attore mentre interpreta più personaggi nella stessa scena con movimenti di macchina complessi e fluidi. Ad esempio l’interazione di Marty e Marty Jr., interpretati sempre da Michael J. Fox, nello stesso ambiente. In Forrest Gump del 1994 ha impiegato la CGI per rimuovere le gambe dell’attore Gary Sinise (Tenente Dan) e inserire Forrest in filmati d’archivio storici.

Il 1995 segna un prima e un dopo. Sul grande schermo arriva Toy Story, primo film d’animazione realizzato interamente in 3D dalla Pixar. Il successo del film innesca una vera e propria rivoluzione che ha portato alla realizzazione di programmi informatici così sofisticati da rendere possibile la perfetta riproduzione del mondo. Un’opportunità troppo ghiotta per un innovatore come Zemeckis, che ci ha aggiunto del suo, vestendo i panni del pioniere nell’utilizzo della motion capture, tecnologia che cattura i movimenti e le espressioni facciali degli attori tramite centinaia di piccoli marker riflettenti (sfere di circa 1-2 cm) e li traduce in animazioni digitali, permettendo un resa molto più realistica. Tecnologia che il regista americano ha utilizzato per tre film d’animazione: Polar Express (2004), La leggenda di Beowulf (2007), A Christmas Carol (2009).

Zemeckis, sempre al passo con i tempi, non poteva esimersi dall’impiego dell’ultimo dilagante ritrovato della scienza informatica. Nel suo ultimo film, Here (2024), ha utilizzato la tecnologia Metaphysic Live, basata sull’Intelligenza Artificiale, per eseguire il ringiovanimento e l’invecchiamento facciale degli attori (Tom Hanks e Robin Wright) in tempo reale sul set, riducendo la necessità di una post-produzione massiccia. Inoltre la sceneggiatura di Here gli ha permesso anche l’uso innovativo della telecamera e della struttura narrativa in relazione allo spazio-tempo. Il film è girato quasi interamente a partire da un unico punto di vista, con la telecamera fissa in all’interno di una stanza, mentre la trama si muove attraverso salti temporali, sovrapponendo diverse epoche e personaggi nello stesso spazio fisico mediante finestre ritagliate nello schermo. Ancora una volta la tecnologia al servizio di un obiettivo complesso, quasi irraggiungibile: la trasposizione cinematografica di una graphic novel.

Il cinema di Robert Zemeckis: Tempo

Molti dei film di Zemeckis ruotano attorno a quel rompicapo che è il tempo, raccontando il rapporto di odio e amore che c’è l’essere umano e questa dimensione così decisiva per i nostri destini. Zemeckis sembra ossessionato dalla lotta silenziosa tra l’uomo e questa dimensione, tanto da contrassegnare gran parte della sua produzione artistica. Il perché di questo interesse pervasivo, come spiega lo stesso regista, trova la sua spiegazione nella stessa natura del cinema: “La quarta dimensione è quella del tempo. Le mie storie hanno spesso a che vedere con la forma del tempo perché quella è la forma del cinema: l’inizio, la fine, la velocità del fotogramma…il cinema può spostare il tempo, in un modo che forse solo la musica tra le arti è in grado di fare.”

Il cinema di Robert Zemeckis: Tempo
Il cinema di Robert Zemeckis: Tempo – parolepop.it

Il cinema è quindi lo strumento ideale per rappresentare questo sortilegio chiamato tempo che produce speranze e timori quando è ancora in nuce, apprezzamenti e recriminazioni quando è già memoria. Un fiume invisibile che leviga, consuma le esistenze, e il cui scorrere viene percepito lento quando impiegato male o rapido quando impiegato bene.

La saga di Ritorno al Futuro, dietro la patina dei film d’intrattenimento, cela considerazioni acute. Nel primo capitolo, quando Marty si ritrova nel 1955, Zemeckis lancia un monito sulle ripercussioni che le azioni compiute nel passato hanno sul presente, invitandoci a osare, ad avere coraggio. Nel secondo capitolo Marty e Doc decidono volontariamente di raggiungere il 2015 per porre rimedio a una situazione disastrosa che si è venuta a creare perché il tempo è diventato strumento di avidità grazie a un almanacco sportivo con tutti i risultati dal 1950 al 2000. Nel terzo si ritorna al passato, indietro di molte generazioni, al 1855, dove il tempo è un terreno fertile, ricco di opportunità da saper cogliere mettendo da parte l’orgoglio personale.

In Forrest Gump il tempo si fa Storia. Il protagonista che seduto su una panchina racconta a chi capita la sua vita è il pretesto per narrare con la grazia di un bambino – Forrest ha un quoziente intellettivo sotto la soglia minima – quattro decenni cruciali per l’America. Un periodo che dall’ascesa di Elvis Presley alla nascita di Apple, comprende l’assassinio di Kennedy, lo sbarco dell’uomo sulla Luna, la cultura Hippie, le Pantere Nere, il Vietnam, la musica dance, lo scandalo Watergate, il neoliberismo Reganiano. Una successione di accadimenti epocali, una tempesta perfetta che ha inabissato un numero incalcolabile di esistenze. Forrest, seppur sballottato in lungo e in largo da eventi più grandi di lui come una piuma sospinta dal vento, simbolo ricorrente nel film, resiste con gentile determinazione perseguendo i suoi sogni. La morale è forse questa. La salvezza, quando la Storia si trasforma in un mostro tentacolare, sta nel mantenere l’integrità morale e nel continuare a sognare come quando si era bambini.

In Cast Away Zemeckis affronta la sua ossessione in maniera radicale. Chuck vive di corsa, lanciato come un bolide sulla strada tracciata dal tempo lineare, che è sempre poco rispetto all’obbligo di essere produttivi. Ha tutto, ma non ha il tempo per goderselo. Quando l’aereo su cui viaggia cadrà nel Pacifico facendo di lui un novello Robinson Crusoe senza alcuna compagnia, Chuck sarà catapultato nel tempo ciclico che si ripete al ritmo delle stagioni e delle maree. Avrà tutto il tempo di questo mondo, troppo rispetto agli impegni che richiede la sopravvivenza su un’isola deserta. Talmente in eccesso e lento da lasciarlo solo con i suoi pensieri, portandolo sull’orlo della pazzia. Questo è il film più potente di Zemeckis. Perché realizza in pieno il miracolo della catarsi attraverso il racconto di una storia. Il tempo si fa accettazione dello stato delle cose, attesa paziente e vigile, “… perché domani il sole sorgerà e chissà la marea cosa può portare“.

Naturalmente, vista l’attrazione per la dimensione temporale, Zemeckis non poteva esimersi dal portare sul grande schermo il racconto A Christmas Carol di Charles Dickens. E lo ha fatto con un film di animazione in 3D puntando i piccoli marker riflettenti della motion capture sul corpo snodabile e sul volto camaleontico di un attore istrionico come Jim Carrey, che in questo modo ha vestito contemporaneamente i panni di Ebenezer Scrooge e dei tre spiriti del Natale. Scrooge, durante la notte della viglia di Natale, viene tormentato dai tre spiriti. Il Fantasma del Natale Passato lo riporta alla giovinezza e agli errori commessi all’inseguimento del denaro. Il Fantasma del Natale Presente mostra la cruda realtà della quale è prigioniero per colpa dell’avarizia. Il Fantasma del Natale Futuro gli mostrerà le orribili conseguenze del suo deprecabile atteggiamento. Conseguenze non definitive perché il futuro è ancora da scrivere e quindi può essere cambiato.

In Benvenuti a Marware Mark Hogancamp, interpretato da Steve Carrel, vive rintanato nel tempo del gioco, della fantasia, del sogno abitato di reale, quello dei bambini. L’istante eterno in cui fare ciò che si ama. Mark, ex fumettista, inventa storie ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale usando un esercito di bambole. È il suo modo per trovare sollievo al dolore e al terrore che si porta dentro dopo essere stato picchiato selvaggiamente da razzisti di estrema destra che gli hanno portato via la memoria a suon di calci e pugni. Ma nascondersi in un tempo e uno spazio immaginari non è la soluzione. Dovrà trovare la forza di affrontare il suo tempo, la sua storia, perché è l’unico modo per guarirsi.

Here, l’ultima fatica di Zemeckis, è altrettanto radicale come Cast Away. Ma questa volta il regista si occupa dell’inestinguibile relazione tra tempo e spazio, le due coordinate del vissuto, della memoria individuale e collettiva. Il regista fissa la cinepresa in un punto e non la muove più, perché ogni angolo del nostro pianeta contiene tutte le ere che lo hanno attraversato. Mediante continui salti temporali tra passato e futuro, annunciati da finestre ritagliate sullo schermo, Zemeckis ci mostra quanta storia contenga un lenzuolo di terra, quanto gli uomini siano uguali nonostante siano vissuti in epoche differenti, quanto un luogo possa mettere in contatto idealmente e materialmente generazioni differenti, e quanto un posto in cui si è vissuto a lungo rappresenti un simbolo affettivo, una scatola magica in grado di ridestare ricordi che sembravano dimenticati, tenendo viva la memoria che fa di noi ciò che siamo.

 

Testo di Michele Lamonaca
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