L’ottimismo di Ermanno Olmi nel film d’esordio Il tempo si è fermato dura poco: Il posto e I fidanzati raccontano il lato oscuro del Boom economico
I capolavori della Commedia all’italiana sulle distorsioni del Boom economico, forti della loro vena comica in chiave satirica, ebbero e continuano ad avere grande presa sul pubblico, adombrando nel tempo gioielli cinematografici di altri grandi registi in grado di raccontare con un piglio differente ma altrettanto efficace le storture di una crescita economica esponenziale ma asimmetrica. È questo il caso di Ermanno Olmi e dei suoi due film Il posto e I fidanzati che raccontano con un realismo poetico, dal quale ancora oggi è impossibile non farsi ammaliare, la quotidianità di quegli anni attraversati da cambiamenti frenetici e irreversibili.

Nel giro di un quinquennio, dal 1958 al 1963, la tradizione contadina, fino a quel momento predominante, fu estirpata in larga parte della popolazione. La modernità industriale ridisegnò il paesaggio, spesso deturpandolo, tirandosi dietro la cultura consumistica che trasformò per sempre gli usi e i costumi degli italiani. I protagonisti e le vicende raccontate da Olmi animano storie esemplari sull’impatto che questi stravolgimenti ebbero sui progetti di vita, sulle ambizioni e i sogni della gente comune.
Per meglio comprendere il punto di vista scelto all’epoca dal regista bergamasco ne Il posto e I fidanzati, rispettivamente secondo e terzo film di Olmi, bisogna fare un passo indietro. Il suo primo lungometraggio risale al 1959, quando alle spalle aveva già una consolidata esperienza documentaristica sulle condizioni di lavoro di operai e impiegati. Non a caso Il tempo si è fermato fu concepito inizialmente come documentario.
Roberto, giovane studente universitario, affianca Natale, uomo maturo e padre di famiglia, come guardiano invernale di una diga idroelettrica tra le cime innevate delle Alpi lombarde. Il ragazzo, con il giradischi portatile e i 45 giri di Rock and Roll, i maglioni dal collo a “V” all’americana e la voglia di cantare a squarcia gola, è la modernità che irrompe con l’energia e la giovialità della gioventù nei silenzi solenni di Natale e delle montagne coperta di neve. Il muro di cemento della diga e i giganteschi impianti che la fanno funzionare sono il simbolo dello sviluppo tecnologico che alimenterà una crescita economica talmente straordinaria da piazzare l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo.
Olmi racconta con i toni della commedia la coabitazione tra l’adulto e il ragazzo. Il film riflette una visione fiduciosa sulla convivenza tra progresso e tradizione, natura e tecnologia, lentezza riflessiva e vitalismo esuberante. La sequenza in cui Natale soccorre e accudisce Roberto in difficoltà durante la bufera allegorizza l’impossibilità del nuovo di esistere senza il vecchio. Ma l’ottimismo di Olmi durerà poco. A distanza di soli due anni lo sguardo del regista perderà la fiducia nelle promesse della crescita economica e sociale sbandierate dal capitalismo.
Il posto e I fidanzati di Ermanno Olmi: un mare di solitudine
Nei due film successivi Olmi diventa cronista disincantato degli effetti negativi scatenati dalla trasformazione fulminea dell’Italia. Con pochi e misurati movimenti di macchina che seguono attori non professionisti osserva, senza giudicare esplicitamente, le ferite inguaribili che l’industrializzazione infligge al territorio, e soprattutto lo scarto incolmabile tra felicità e stabilità economica. Una visione ribaltata rispetto a Il tempo si è fermato, decisamente pessimista, che ha come riflesso estetico la splendida fotografia in bianco e nero, sobria, quasi invisibile di Lamberto Caimi.

Il posto fisso e la busta paga a fine mese diventano il simulacro della realizzazione personale. Gli individui diventano ingranaggi nella macchina del Boom che in cambio di un lavoro sicuro chiede in tributo la rinuncia ai sogni personali ed esige la dimenticanza della forza misteriosa racchiusa in ogni attimo, sepolta nel grigiore degli uffici e degli stabilimenti industriali, soffocata dai turni di lavoro, dall’organizzazione gerarchica del personale, dai rapporti di facciata tra colleghi.
Capita, così, di svegliarsi una mattina per uscire di casa, prendere il treno per Milano, e ritrovarsi prigionieri di un’esistenza che somiglia a una bara. Il posto, del 1961, racconta l’altra faccia del Miracolo italiano. Domenico, giovanissimo, fresco di diploma, vive a Meda, comune della periferia milanese, dove le cascine non sono più abitate dai contadini, ma da operai e impiegati che per lavoro ogni giorno all’alba raggiungono la metropoli.
Domenico supera le prove di ammissione e viene assunto come fattorino da una grande azienda, in attesa che si liberi un posto da ragioniere. Sempre in azienda conosce Antonietta, coetanea di cui si invaghisce. Purtroppo per Domenico il luogo di lavoro che ha reso possibile il loro incontro, rende impossibile un avvicinamento definitivo. I due ragazzi vengono assegnati a uffici differenti in edifici differenti. Domenico scopre sulla sua pelle quanto ci si possa sentire soli e isolati nella grande città. E quanto il lavoro d’ufficio somigli a una prigionia che riduce l’esistenza a un grigio e noioso sopravvivere. Nelle inquadrature strette sull’espressione disorientata, sugli occhi da cucciolo abbandonato del ragazzo, c’è tutto lo smarrimento dell’atomizzazione favorita dalla modernità urbana con la perdita di legami sociali significativi e la carenza di un senso di appartenenza collettiva.
I futuri colleghi del ragazzo, seduti in banchi singoli dentro una stanzetta che a malapena li contiene, controllati a vista dal loro superiore, sembrano scolaretti alle prese con un maestro severo durante l’ora di lezione, materializzando con spaventoso realismo il futuro che di lì a poco sarà quello di Domenico. Il giovane neoassunto si muove in questo ambiente sepolcrale, tra uffici grigi, corridoi infiniti e sale d’attesa spoglie, con l’ingenuità e la voglia di scoprire cose nuove che appartengono alla sua età. Un contrasto ricercato, voluto. Olmi, all’espressività dei neri profondi e dei bianchi abbaglianti utili a dipingere la dimensione interiore del protagonista, preferisce una luce diffusa, morbida, naturale. Gli spazi nel film sono concreti, fisici, sociali. Il racconto non vuole stupire. Vuole aderire il più possibile alla quotidianità triste e desolante che incombe su Domenico.
Tematiche e scelte stilistiche che vengono riprese e sviluppate ulteriormente nel film I fidanzati del 1963. Giovanni, operaio saldatore di Milano, accetta una proposta di promozione con l’obbligo di trasferirsi in Sicilia per 18 mesi dove è in costruzione un nuovo stabilimento petrolchimico. Partire significa separarsi, anche se temporaneamente, da Liliana, la sua fidanzata che critica apertamente tale scelta. Per la seconda volta la ricerca di una posizione lavorativa sicura ostacola una relazione affettiva. Le tasche si riempiono più o meno di soldi e la sfera emotiva si svuota. La rincorsa al progresso e l’ossessione della crescita economica disconnettono le esistenze, alimentano un desolante individualismo, annichiliscono i sentimenti.

La sensibilità offuscata da un arido utilitarismo è resa perfettamente dalla fotografia di Lamberto Caimi, che in questo caso sfrutta l’intera scala naturale dei grigi. Le tonalità comprese tra il nero e il bianco piastrellano con eleganza le inquadrature rendendole materiche, evocando l’acciaio, il ferro, il carbone, il petrolio. Olmi ricorre ai flashback per raccontare la storia d’amore dei due fidanzati. Apre parentesi romantiche, malinconiche, nell’esperienza siciliana di Giovanni, uomo intelligente e pacato. Personaggio reso ancor più attraente dall‘amore viscerale per la musica che insegue come ipnotizzato, che provenga da un bar o da una chiesa.
Nell’enorme cantiere dove una trave o un bullone assumono dimensioni ciclopiche, minacciose, il protagonista si muove con disinvoltura, da operaio esperto, raccogliendo testimonianze dei colleghi, quindi indirette, sull’indole dei siciliani. Momenti in cui sembra davvero di guardare un’opera documentaristica. A fine lavoro, Giovanni torna in albergo, struttura moderna ma anonima, e passeggia per il paesello a due passi dal petrolchimico, che eretto a poche centinaia di metri dal mare, appare come un ospite non invitato e invadente. Esattamente come gli ingegneri e gli operai milanesi spediti nel profondo Sud per portare un ipotetico benessere; proprio come Giovanni che osserva l’accoppiamento straniante tra la spiaggia bagnata da acque cristalline e il mostro d’acciaio e cemento armato.
Il suo è un vagare solitario. È difficile comunicare con gli abitanti del luogo. Nelle inquadrature appaiono lontani, in campo lungo. Lavorano nel petrochimico quel che basta per avere i soldi che servono a comprare un po’ di terra con cui campare, spiega un collega di Giovanni. Per gli indigeni quelli del Nord sono alieni provenienti da un altro mondo. L’impianto petrochimico è l’astronave con la quale sono atterrati in Sicilia.

A differenza del film Il posto, Olmi aggiunge al carattere osservativo della regia una nota in più di espressività. Le rapide incursioni nella vita di prima, a Milano, tra serate danzanti nella stessa sala da ballo, gite all’aperto e i confronti dolorosi con Liliana prima della partenza, conferiscono al montaggio un taglio impressionista, che evoca la malinconia della distanza, il dolore della separazione, l’incertezza soprattutto della donna sul portare avanti la relazione, e infine la solitudine che colpisce entrambi. Il realismo di Olmi si tinge di lirismo. Intanto passano i mesi. Giovanni trova una sistemazione migliore, e soprattutto, trova il coraggio di scrivere a Liliana, che risponde. La distanza diventerà una risorsa per riscoprirsi. Il finale aperto lascia uno spiraglio alla riconciliazione.
In entrambi i film, la città di Milano è coprotagonista silenziosa, non accreditata. Scelta obbligata e necessaria, perché la città meneghina è il simbolo del Boom, meta prediletta di chi all’epoca lasciò la campagna, di chi abbandonò il Meridione per trovare lavoro. Olmi la mostra senza enfasi, con i grattacieli di vetro e acciaio, le strade sventrate dai lavori in corso per erigerne di nuovi, il traffico automobilistico, i fiumi di gente sui marciapiedi, le insegne luminose e le vetrine sfavillanti dei negozi. Ma c’è una Milano meno conosciuta, che invece Olmi s’impegna a raccontare in maniera dichiarata.
La Milano delle sale da ballo, stanzoni anonimi e spogli dove si celebrano tristi surrogati delle feste di paese e dello struscio in piazza, dove si svolgono i veglioni di capodanno organizzati dai CRAL (Circolo Ricreativo Aziendale Lavoratori). Sono laboratori di socialità urbana in cui l’imbarazzo prevale sulla spontaneità, con le donne da una parte e gli uomini dall’altra, centri di aggregazione dove la solitudine impregna l’aria come il fumo delle ciminiere. Le dimensioni del divertimento e del relazionarsi vengono vissute con la rigidità e la seriosità dell’impegno lavorativo.

Assieme alle vicende di Domenico e Giovanni, l’umanità ammassata nelle sale da ballo milanesi alla ricerca di un’anima gemella o anche solo di una voce amica restituisce in maniera insolita, potente e poetica, la solitudine nella quale precipitarono milioni di italiani. Il Boom economico fu allo stesso tempo salvezza e coercizione, sradicamento dalle origini, dalla terra natia, dagli affetti. Il posto e I fidanzati di Olmi fotografano il Miracolo italiano ripulendolo dalla retorica del successo nazionale, per mostrarne la parte più dolorosa e sottaciuta.
Testo di Michele Lamonaca
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