Riflessioni intime sulla culture di massa

Intervista a Marco Marrone | IA e futuro dei lavoratori cognitivi: “Diventeremo tutti data worker”

Docente di Sociologia delle organizzazioni presso l’Università del Salento, Marrone spiega i reali effetti dell’Intelligenza Artificiale sul mondo del lavoro.  

Dietro le meraviglie promesse dell’IA si nasconde un esercito di lavoratori precari in continua crescita. Un fenomeno che si allarga a macchia d’olio investendo tutti i lavori cognitivi. In questo senso lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale rappresenta la nuova frontiera dell’economia delle piattaforme.

IA e futuro dei lavoratori cognitivi: Intervista al sociologo - Marco Marrone|
IA e futuro dei lavoratori cognitivi: Intervista al sociologo Marco Marrone – parolepop.it

L’articolo scritto dal sociologo Marco Marrone assieme ad Antonio A. Casilli, docente di Sociologia all’Institut Polytechnique de Paris, per la rivista Quaderni-rassegna sindacale, fa chiarezza su quello che sta avvenendo a livello globale. Centinaia di milioni di “gig worker online” operano dietro gli schermi dei loro computer al servizio delle piattaforme che raccolgono quantitativi enormi di dati da dare in pasto agli algoritmi informatici affinché possano simulare il funzionamento del cervello umano.

Una piccola parte di questi gig worker è composta da freelance ben retribuiti, chiamati a svolgere lavori creativi o tecnici specializzati.  Invece la stragrande maggioranza comprende lavoratori sottopagati, noti come microworker o data worker. La loro è una condizione paradossale: sono precari di vitale importanza per le IA.

Ai data worker spetta non solo il compito di fornire dati agli algoritmi, ma anche e soprattutto di annotarli, ovvero arricchirli, filtrarli e strutturarli affinché siano utilizzabili. In fine, per evitare o porre rimedio alle allucinazioni dell’Intelligenza Artificiale – riposte errate, fuorvianti o completamente inventate – i microworker intervengono con correzioni in tempo reale. Un compito fondamentale ma altrettanto invisibile come chi lo esegue.

L’impatto reale della nuova tecnologia informatica non è quello di cancellare posti di lavoro ma di trasformarli. I dipendenti assunti con contratto regolare diventano “subappaltatori precari e freelance su piattaforma”. Il loro lavoro non scompare, muta forma, diventa “precarizzato e invisibilizzato“. In questo modo le aziende si liberano dei costi fissi legati al personale e delle tutele lavorative.

Nemmeno il presunto avvento di IA capaci di ricostruire sé stesse in una versione migliore eliminerà il contributo fondamentale degli  “operai dei dati”. «Ogni giorno viene fuori un nuovo annuncio. Nella realtà non esistono queste IA super potenti», spiega Marco Marrone, attualmente docente di Sociologia delle organizzazioni presso l’Università del Salento. «Oggi non sono in grado di prescindere dal lavoro dell’uomo. Più che il rischio di scomparsa di intere professioni, in realtà c’è un cambio radicale: la trasformazione dei lavori cognitivi in un’ottica di precarizzazione. I Large Language Models (LLMs) sono ancora basati sull’interazione tra uomo e macchina».

«Ogni volta che c’è una innovazione tecnologica – continua il sociologo – viene predetta la fine del lavoro. Invece i dati ci dicono che il lavoro nel mondo aumenta, non diminuisce». La perdita di occupazione per colpa dell’IA è «retorica che ha una sua funzionalità politica. L’attesa di robot in grado di fare tutto ha come obiettivo quello di docilizzare il lavoro e imbrigliare le spinte rivendicative dei lavoratori».

IA e lavoratori cognitivi: cosa sta accadendo realmente

L’economia basata sulle IA sta assoldando un numero crescente di data worker che hanno alle spalle percorsi di formazione universitaria o comunque altamente specializzati. Questo accade perché «si va verso la specificità», spiega Marrone. «Alcuni lavori di data entry da svolgere a casa come freelance richiedono il dottorato, livelli sempre più elevati di conoscenza, specifici per gli accademici. Se lo Stato non lo ha capito, il capitalismo ha capito benissimo come sfruttare i laureati».

IA e lavoratori cognitivi: cosa sta accadendo realmente
IA e lavoratori cognitivi: cosa sta accadendo realmente – parolepop.it

«Faccio un esempio – continua Marrone -. Per evitare le allucinazioni di un’IA nella mia materia, serve un sociologo affinché all’utente vengano date informazioni senza errori sui classici e sui testi emergenti della sociologia. Il prossimo livello dell’IA è migliorare la specificità delle informazioni, quindi bisogna aumentare il livello delle competenze umane».

Anche il mercato dell’Intelligenza Artificiale sta seguendo l’attuale tendenza del marketing che è quella della customizzazione, ovvero la personalizzazione di prodotti e servizi per una nicchia o per un singolo cliente. «Quando Alexa o Siri dicono “non ho capito”, l’audio viene attenzionato e c’è un essere umano che interverrà per colmare la lacuna, uno che conosca l’argomento. Inoltre le specificità sono sempre più territoriali. Esistono IA che parlano in salentino, lo imparano perché c’è una persona che gli dice che “il mare” si dice “lu mare”».

Le previsioni apocalittiche sulla perdita di posti di lavoro lanciate nel corso dell’ultima edizione del World Economic Forum dal ceo di Palantir Alex Karp, dal ceo di Google DeepMind Demis Hassabis e dalla direttrice generale del FMI Kristalina Georgieva, la quale ha parlato di uno “tsunami” in arrivo, «vanno prese seriamente perché l’IA ha un impatto reale, ma che non è la fine del lavoro. Sono sempre gli economisti a fare queste stime, proiezioni numeriche sulla base di dati. Di contrasto, – aggiunge Marrone – quando si studiano le reali applicazioni dell’IA, non c’è mai il tema della trasformazione e vulnerabilizzazione del lavoro».

Il contributo di lavoratori in carne e ossa è inscindibile dallo sviluppo e dal buon funzionamento dell’Intelligenza Artificiale. Altro esempio di quanto questo connubio sia imprescindibile è rappresentato dai «moderatori per social network che lavorano in collaborazione con l’IA per rivedere i contenuti proibiti. È un lavoro che tutti vorremmo automatizzato, perché mette a dura prova la stabilità mentale degli operatori umani, ma non può esserlo. Le IA non sono performative su immagini e video come lo sono sui testi».

Inoltre «le policy da applicare (regole e linee guida n.d.r) cambiano ogni giorno. Il cambio è così frequente che i moderatori fanno un lavoro in tempo reale, controllando le IA. Questo intervento umano viene esaltato perché sinonimo di qualità, elemento fondamentale del loro valore economico. Non c’è proprio interesse a sostituire il lavoro umano».

Dietro le home page patinate dei siti IA, dietro i prompt e le generazioni immediate di testi, immagini, video e audio, c’è una realtà che nemmeno immagiamo. Esistenze precarie, economicamente e socialmente vulnerabili. «Lavoro spesso fuori dai confini dell’Europa – racconta Marrone -. Le aziende IA si spostano in continuazione per approfittare delle leggi favorevoli presenti in altri paesi. Così c’è sempre può gente che si muove, cambia città o nazione, pur di non perdere il posto. E allora può succedere che un calabrese si trasferisca a Lisbona per continuare a lavorare per una multinazionale, ma è costretto a coabitare in singole stanze ricavate in grossi appartamenti dove la convivenza può diventare molto difficile, subendo uno stravolgimento della vita con tutti gli effetti negativi che ne derivano».

Tirando le somme, giovani avvocati, analisti finanziari, giornalisti, programmatori di software, giusto per fare qualche esempio, non saranno sostituti ma ridimensionati, destinati a diventare “operai di dati”. «Esatto, tutti data worker», conferma Marrone. «Non è disoccupazione, ma faremo tutti data entry. Questa è la prospettiva. Magari continueremo a fare le nostre cose, ma produrremo sempre più dati e lavoro di addestramento per le IA».

Prospettiva che manca del tutto nel dibattito politico italiano ed europeo sulle ripercussioni dell’Intelligenza Artificiale perché «la fase di produzione dell’IA non viene considerata. Non ci si interroga per nulla su come viene prodotta. Finché i legislatori ascolteranno soltanto i ceo delle aziende, sono destinati a mancare la questione. Continuiamo a credere nelle narrazioni. Ma le narrazioni secondo cui l’IA cambierà il mondo del lavoro servono solo ad attrarre investimenti. La finanza funziona così. La comunicazione di marketing serve a convincere investitori e consumatori. Il cloud, ad esempio, è un potere tutto costruito dalla narrativa. Basta poco per realizzare un hard disk, e una pennetta Usb da 32 GB offre il doppio dello spazio di archiviazione che ti dà Google».

I lavoratori cognitivi sono chiamati a difendersi da questo processo di ridimensionamento e precarizzazione. «L’unica soluzione è quella di organizzarsi. Ma c’è la difficoltà di riuscire a costruire piattaforme unitarie. La figura del sindacato è l’unica strada per una reale rivendicazione e per una redistribuzione generale dei benefici accumulati da queste IA. Devono dare indietro parte della ricchezza accumulata».

Ma qualcosa si sta già muovendo. «Oggi le conflittualità e le esperienze sindacali si stanno moltiplicando, anche in Kenya e Nigeria, dato che l’Africa è diventata una centrale di catene di valore nella produzione dell’IA, fornendo un numero elevatissimo di data worker».  Marrone sottolinea come la proliferazione degli “operai di dati” stia seguendo le «vecchie rotte coloniali, ovvero Spagna-Sudamerica, Africa-Francia, Inghilterra-India, perché rappresentano un enorme bacino di manodopera a basso costo».

Per combattere questo assalto ai diritti dei lavoratori «l’dea migliore è il vecchio sindacato», ribadisce in conclusione Marrone. «Serve unirsi per avanzare rivendicazioni e chiedere redistribuzione. Non c’è bisogno di innovazione. La soluzione migliore è quella di una volta, perché le logiche sono sempre le stesse».

 

Testo di Michele Lamonaca
Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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