Il colibrì di Sandro Veronesi cerca di tenere assieme il romanzo postmoderno e realista: il risultato non va oltre il puro e semplice intrattenimento.
Chiudere un libro, un romanzo, dopo averlo letto, è come salutare qualcuno che ti ha appena raccontato la sua storia. Il colibrì di Sandro Veronesi esordisce avvisandoti che non puoi immaginare quello che sta per dirti, per poi tradire le aspettative con un lungo elenco di affanni a cui nessuno è immune, con l’aggiunta di disgrazie in numero talmente spropositato da apparire inverosimili.

Marco Carrera, oculista originario di Firenze, residente a Roma da tanti anni, è il protagonista del romanzo. Veronesi ci racconta la sua vita focalizzando l’attenzione sugli eventi che l’hanno indirizzata, condizionata, segnata, utilizzando il narratore onnisciente in terza persona plurale, che combacia esattamente con la voce dell’autore.
Voce necessariamente ironica, a volte gigioneggiante, per sdrammatizzare la successione di lutti che devastano la vita del protagonista e che s’intrecciano con la storia d’amore incompiuta tra Marco e Luisa, che va avanti per cinquant’anni e che eccede troppo in romanticismo per la promessa mantenuta di castità, nonostante s’incontrino più e più volte pur abitando lui in Italia e lei in Francia.
Messa così, potrebbe anche funzionare. Invece il romanzo trova il suo primo grande limite proprio nella voce narrante che cade nell’errore imperdonabile di spiegare con tono affabulatorio anziché mostrare. E lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come succede nelle favole, per invogliarlo a seguire le vicende di Marco.
Il colibrì di Sandro Veronesi: pro e contro
Nelle prime pagine Veronesi riesce a catturare l’attenzione, evocando un piano omicida contro il protagonista ad opera della moglie. Ma basta procedere di poco nella lettura per scoprire che si trattava solo di un trucco per suscitare immediato interesse e che il romanzo è sguarnito di conflitto primario, quello che manda avanti l’impianto drammaturgico di un storia e crea l’urgenza della lettura.

Non mancano i momenti intuitivi, anche divertenti, ma il punto di vista che è solo della voce narrante, quindi dell’autore, dominato dal registro descrittivo, ridimensiona la complessità che è propria del romanzo, cadendo nella semplificazione del resoconto o dell’articolo di giornale, in cui parenti, amici e conoscenti che ruotano attorno a Marco sono ridotti al ruolo di caricature o funzioni narrative, senza profondità psicologica. A nulla serve il ricorso al libero indiretto per mitigare l’assenza di tridimensionalità. La sensazione che i personaggi secondari servano semplicemente a mandare avanti la storia è netta.
Sviluppata in maniera lineare, la trama sarebbe apparsa fin troppo ordinaria. Il succo del romanzo è che bisogna resistere alle avversità, di qualunque natura esse siano, e prendere ciò che di buono esiste in ogni attimo, in ogni esperienza. Messaggio che per quanto racchiuda una verità universale, sarebbe stato smorzato da un intreccio convenzionale.
Appare chiara quindi la volontà di Veronesi di rimescolare le carte facendo ricorso agli attrezzi del romanzo postmoderno, da sommarsi alla rappresentazione oggettiva della realtà, del quotidiano e del contesto sociale che appartengono al romanzo realista. I salti temporali sono una costante, abbondano le citazioni, interi capitoli hanno la forma di comunicazione epistolare o via sms, altri contengono solo dialoghi che, escludendo la forma avvincente del “terzo grado” nel primo confronto telefonico tra Marco e lo psicanalista Lugi Carradori, risultano eccessivamente sobri, formali, come avviene tra estranei, e altrettanto didascalici, perché Veronesi si preoccupa costantemente di rivelarne il sottotesto, evitando di chiarire lo stato d’animo degli interlocutori e la natura della loro relazione.
Ci sono anche le digressioni, interessanti in alcuni casi, meno in altri, tra cui spicca l’insensatezza di un elenco lungo tre pagine, numerato e con grassetti, di tutta la mobilia e l’oggettistica presente nella casa dei genitori del protagonista. Elenco che può essere saltato senza alcun nocumento alla comprensione delle pagine successive.
Altro problema strutturale del romanzo è che i cambi del tempo della narrazione non si contano. C’è un prima e un dopo la morte della sorella di Marco, un prima e un dopo la morte della figlia, un prima e un dopo la morte del padre e della madre. Tutto questo non fa che disorientare il lettore, costringendolo a far mente locale per riposizionare temporalmente gli eventi.
In fatto di stile, il voler affabulare porta Veronesi all’uso incessante di anafore e ripetizioni con effetto filastrocca che possono piacere o meno, ma sono comunque il grado zero delle figure retoriche. Gli avverbi in “mente” abbondano in maniera incontrollata. E poi c’è l’impegno a spiegare tutto, a eccedere nel didascalismo. Mancano gli spazi vuoti e misteriosi del non detto che stimolano il lettore a riempirli con la fantasia. Un eccesso di verosimiglianza che la smentisce, perché il mondo è ambiguo e l’esistenza è ineffabile.
Il colibrì di Sandro Veronesi è un’opera di intrattenimento che scorre via veloce lasciando poco o nulla addosso a chi legge. Un ibrido inefficace tra romanzo realista e postmoderno, che soffre la mancanza di una verità romanzesca capace di interrogare il lettore dopo averlo terminato.
Testo di Michele Lamonaca
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