Una melassa stucchevole di stereotipi mal digeriti da Antoine Fuqua: The Equalizer 3-Senza tregua è in assoluto uno dei suoi film meno riusciti
La visione del terzo capitolo che ha come protagonista Robert McCall, l’ex agente segreto della DIA, lascia perplessi. Il problema principale del film The Equalizer 3 è la trama. Una sequenza posticcia di eventi che Antoine Fuqua non riesce a salvare nemmeno con la regia estetizzata delle scene violente, che proprio per mancanza di coerenza scadono nell’inverosimile se non addirittura nel grottesco.

Fuqua è senza dubbio uno degli autori più capaci e acclamati del cinema d’azione. I primi due capitoli della saga dedicata a Robert McCall lo confermano. La strepitosa macchina attoriale che risponde al nome di Denzel Washington aggiunge sfumature esistenziali alla sequenza di azioni ben architettata. Il secondo capitolo – The Equalizer 2-Senza perdono – è senza dubbio quello più riuscito. La struttura del film si arricchisce di temi universali come il tradimento di chi una volta combatteva per il bene e la vendetta di chi ancora crede in principi edificanti. Il risultato trascende la spettacolarità dell’azione fine a se stessa e si avventura felicemente nel campo dei dilemmi morali. I conflitti tra personaggi non sono di cartapesta. Il puro intrattenimento diventa coinvolgimento emotivo.
Il terzo capitolo è forse quello più ambizioso. Fuqua abbandona il salotto di casa, la realtà americana, per avventurarsi in quella di un’altra nazione, l’Italia, il Sud Italia. Ma lo fa con una superficialità che risulta fastidiosa perché si limita ad affastellare stancamente una sequela di luoghi comuni. Fuqua usa tutti gli stereotipi dell’immaginario statunitense sulla vita nel nostro paese. Il paesino in riva al mare, il baretto in piazza, la buona cucina, la solarità della gente e persino il tifo calcistico. Con questa faciloneria, il film cartolina diventa inevitabile.
The Equalizer 3 di Antoine Fuqua: un buco nell’acqua
Il sospetto che la trasferta del regista americano in Italia sia stata più una vacanza che un impegno di lavoro emerge fin dall’incipit. L’inizio in media res vede McCalls fare strage di una cosca mafiosa in una masseria siciliana per un motivo di cui si saprà sul finale. L’ex egente della DIA viene ferito al fianco da un colpo di fucile, si accascia e quasi sviene. Ma poi ce lo ritroviamo prima a bordo di un traghetto e poi nella sua auto, ferma sul ciglio di una strada che porta ad Altamonte, un paesino della costiera amalfitana. Il buon Robert si è accollato un viaggio di circa seicento chilometri con una ferita che perde sangue a fiotti. Già questo basta per far arricciare il naso e mettere in serio pericolo la sospensione d’incredulità, e purtroppo rende l’idea di ciò che lo spettatore vedrà da qui alla fine.

McCalls viene strappato alla morte dal medico (Remo Girone) di Altamonte, che gli offre cure e ospitalità. L’ex agente riacquista le forze e comincia a passeggiare per le stradine assolate del paesello. Scopre ben presto che i residenti sono minacciati e taglieggiati da un clan camorrista, ma decide di non intervenire. È ancora convalescente, e soprattutto, sta decidendo se continuare a fare il giustiziere solitario o se ritararsi a vita privata. E mentre fa conoscenza del posto e dei suo abitanti, l’idea che Altamonte possa essere un buen retiro si fa insistente.
In realtà McCalls non è ancora del tutto fuori servizio. Con telefonate anonime aiuta Emma (Dakota Fanning), agente della Cia, a condurre le indagini sul caso che lo ha spinto a compiere la mattanza di criminali in Sicilia. Perché proprio lei? Lo si scoprirà nel finale, che si ricollega al secondo capitolo della saga. A questo punto la trama viene ingarbugliata da un profluvio di informazioni su piste investigative sbagliate, con tanto di terroristi Siriani solo nominati, contrabbando di armi e droga, e attentati dinamitardi in luoghi pubblici come la stazione Termini a Roma. Notizie ed eventi che fanno solo baccano, spettacolarizzazione, e nulla più. Il vero cattivone è in realtà il capo sanguinario di un clan camorristico (Andrea Scarduzio) che, non si capisce bene il motivo, sta perseguendo un’azione eversiva. Una scoperta che sembra calata dall’alto più che il frutto delle indagini. E qui veniamo alla vera debolezza del film: una pioggia di non sequitur.
Un pezzo grosso che si presenta come “Il capo della Polizia” è in realtà sul libro paga del camorrista. I due s’incontrano. Il pezzo grosso rinfaccia al malavitoso metodi troppo sanguinari e minaccia di non coprirlo più, e per punizione subisce un’orrenda mutilazione. Da quel momenti in poi del “capo della Polizia” non si hanno più notizie. Stessa fine per la titolare del bar dove McCalls si ferma a bere il tè. La donna ha parecchie attenzioni per lo straniero e a un certo punto lo invita a passare la serata assieme. L’interesse negli occhi di lei e l’imbarazzo negli occhi di lui lasciano presagire l’apertura di un linea narrativa romantica, una novità assoluta e accattivante nella saga dedicata a McCalls. E invece, dopo la passeggiata tra le bancarelle sul porto al chiaro di luna, la donna torna a essere una figura di contorno.
Veniamo adesso alle scelte stilistiche di Fuqua. Il tentativo di unire la spettacolarità dei film d’azione con la gestualità teatrale degli italiani, altro stereotipo tanto amato dagli americani, appesantisce tante, troppe sequenze, di una platealità grossolana tendente all’inverosimile. Un eccesso che viene amplificato nelle scene violente o comunque cariche di tensione dalla fotografia che ricalca in maniera evidente un classico del gangster movie, Il padrino di Coppola, con lo stesso chiaroscuro e la stessa palette di colori caldi e terrosi. Si aggiunga il fatto che la recitazione di gran parte degli attori italiani assoldati da Fuqua risulta fuori fuoco, in eccesso o in difetto. Sarà per la debolezza della sceneggiatura o per difficoltà personali, fatto sta che sui loro volti più che l’urgenza del dramma si legge l’incertezza del ruolo.
Insomma, peggio non si poteva fare. Una scena su tutte. Il capo camorrista e i suo scagnozzi a bordo di suv e moto da strada si radunano nella piazza di Altamonte. Danno la caccia all’assassino del fratello del boss che è naturalmente il nostro Robert. La gente del paesello scende di casa e si raduna per assistere alle minacce deliranti del capo banda, che intanto infierisce sul maresciallo dei Carabinieri. Il medico – quello che ha salvato McCalls – interviene sparando colpi di fucile dalla finestra. La brava gente comincia riprendere la scena col telefonino per incastrare il cattivo. Robert, per evitare una carneficina, si fa vanti sfidandolo.
Il momento in cu arriva la promessa dello scontro finale si rivela un’accozzaglia di generi, dalla sceneggiata napoletana al western di frontiera passando per la tragedia shakespeariana, più una spruzzata di citizen journalism. Troppo per una scena sola, che scade nella parodia involontaria. Il film è scritto in maniera così arruffata che anche un mostro sacro come Denzel Washington appare in difficoltà, in certi casi addirittura goffo. Senza temere lo spoiler – un uomo come McCalls, talmente abile nel corpo e corpo e nell’uso della armi da risultare invincibile come i supereroi della Marvel o della DC Comics (fate voti) non può essere sconfitto – nella scena finale, dopo aver fatto quello che gli è proprio, si unisce agli abitanti di Altamonte che festeggiano la vittoria della squadra locale di calcio – poteva mai mancare quest’altro luogo comune dell’italianità? – sventolando bandiere e striscioni.
Ebbene, Denzel Washington, chiamato ad esultare come un tifoso della domenica, non sa come usare il corpo, non sa dove mettere braccia e gambe. Qualcuno potrebbe obiettare che Denzel lo faccia apposta per esprimere inadeguatezza in una situazione nuova, come avviene in altri momenti del film. Certo, può essere. Ma il risultato rimane poco convincente, o quantomeno strano per un attore che ha vinto due Oscar e conta dieci candidature. La verità, o meglio, le verità che appaiono difficilmente innegabili al termine del film sono due. The Equalizer 3 è un buco nell’acqua. E Antoine Fuqua ha perso l’occasione di confrontarsi con una realtà differente, rifugiandosi nei comodi cliché sull’Italia invece di impegnarsi nella ricerca di un punto di vista originale e credibile.
Testo di Michele Lamonaca
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